Senza ritegno

September 1st, 2010

Oramai è caduto perfino il labile paravento della finzione, la “scusicchia” del “non posso governare se continuano a processarmi” (che sarebbe un minimo vera, se solo il nostro si presentasse ai processi)… dalla coltellata nella schiena, col (finto) sorriso davanti, siamo arrivati alla coltellata nella pancia, direttamente, con “presunzione di impunità” (quello che la stampa clericale oggi, forse dimenticando il tristemente famoso editto bulgaro, chiama il “metodo Boffo“: eliminazione del dissenso).

A parte l’ormai ovvia, quando non trita e ritrita, considerazione che, forse, “sarebbe meglio” se questo Governo si degnasse almeno di governare (forse non sfugge che abbiamo qualche problemino economico, unitamente ad una disoccupazione da record)… noto, con un filo di stizza, che nemmeno si perita di nasconder più le proprie malefatte: oramai tutto l’impegno (di quel che rimane) della coalizione di Governo, l’armata Brancaleone di comici, ballerine e leccapiedi, gli unni i cui cavalli pascolano da una quindicina di anni in piazza San Pietro (e, più grave, in Parlamento) è teso a “salvare il Premier“.
Ma non “un Premier”, inteso come “la figura politica” che incarna la carica, no no, non scherziamo, IL Premier: “salvare Silvio“.

Ora…

…al mondo c’è TANTA gente da salvare… gente imprigionata in fondo ad una miniera, gente che ha perso tutto a causa di terremoti, di allagamenti, di bombardamenti, di “fuoco amico”, di “danni collaterali”… gente che ha perso il lavoro (o che non è mai riuscito ad averlo)… e quindi la casa… e quindi la dignità ed il rispetto per sè stessa (e quindi, a volte, la vita).

Qualcuno vuol gentilmente dirmi in quali di queste categorie rientra il povero Premier “da salvare”?

Fino ad allora rimarrò convinto che siamo NOI “da salvare”… da lui!

Censura vs privacy

August 5th, 2010

Ho sempre sostenuto che, per ottenere la privacy nelle proprie comunicazioni, fosse necessario utilizzare un sistema a doppia chiave, pubblica e privata (RSE).

Per render “sicure” le comunicazioni ci son tanti sistemi, dai più banali “codici Cesare” ai Vigenere e via così ma, forse è un’impressione solo mia, il sistema a doppia chiave m’è sempre sembrato il più elegante (ed in informatica, in genere, “elegante” significa anche funzionale).

Evidentemente la pensano così anche i tipi di BlackBerry che, grazie al fatto che le chiavi private (immagino) non le gestiscono loro(*), non possono a loro volta sapere cosa si scambiano i loro utenti nelle mail: in pratica fanno da “rete di trasporto” (compreso, immagino, store & forward, trattandosi di mail) ma non hanno accesso ai dati e, di conseguenza, non ne sono responsabili, posto che un Provider possa esser responsabile dei dati dell’utente, una volta che quest’ultimo abbia firmato/accettato un contratto in cui s’impegni a non inserire o far transitare nella rete del Provider determinati contenuti non voluti.
(*) da quel che dichiarano, anche perchè altrimenti la sicurezza del sistema sarebbe compromessa “by design”: l’unico punto in cui deve esser presente la chiave privata è “nella tasca (possibilmente nella testa) del proprietario dell’informazione”.

E, soprattutto, la devono pensare così anche i Governi di India, Indonesia e degli Emirati Arabi… visto che non possono più mettere il naso nelle mail delle persone che utilizzano il circuito BlackBerry (ricordo che la normale mail, se non criptata, circola in chiaro sui server in rete).

Alla fine, tornando alla crittazione a chiave pubblica, l’unico momento in cui è necessario ricorrere ad una parte terza è quello della certificazione del destinatario: se per il normale invio basta infatti possedere la chiave pubblica (magari aggiornata) dello stesso, per verificare che una mail arrivi dallo stesso è necessario che ne venga riconosciuta la firma digitale… momento ovviamente nel quale difficilmente ci si può autocertificare.

A margine: fanno un pò ridere e danno un gusto di palese faciloneria quelle considerazioni per cui “se si permette la crittazione della mail ed in genere delle informazioni allora si fornisce ai terroristi un metodo sicuro per poter comunicare senza esser intercettati”… seriamente… e tenendo conto che la crittazione a chiave pubblica esiste da svariate decine di anni (ed internet almeno altrettanti) c’è ancora chi pensa di poterci dare a bere che un terrorista, per “i suoi traffici”, scambi mail in chiaro sulla rete?
Soprattutto considerando che l’uso di RSA è banalissimo (ed ora, con le interfacce point’n'click, ancora di più) ed alla portata del classico ragazzino di 12 anni.
Non vi dicono nulla Tor/Onion, Netsukuku?…

la mensa scolastica e Adro

April 13th, 2010

Ricevo, e son contento di ripubblicare (perchè dar anche solo un pizzico di visibilità a queste cose mi fa sempre piacere, per poca che sia), un articolo veramente bello dal blog verdementa.



Come è finita? Un cittadino si è offerto di pagare e ha scritto una lettera aperta.
Alla meditazione di tutti.



Lettera di un cittadino di Adro

Io non ci sto
Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità.
Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”.
Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per
vivere bene.
E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa
scolastica.
A scanso di equivoci, premetto che:
- Non sono “comunista”. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.
Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.
Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.
I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri , ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)
Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”? Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia? So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.
Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa? Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta!
I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.
Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.
Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno te notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa dì avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.
Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.
Un cittadino di Adro



Questo cittadino, al di là di religione, politica o altro, ha tutto il mio rispetto: vorrei che l’Italia contasse molte più persone così ed un pò meno dell’altro tipo, quelle che descrive lui stesso.
Da parte mia, da un lato mi riesce quasi impossibile credere come un popolo di emigranti (e lo siamo, o quanto meno lo eravamo fino a poco tempo fa) possa dimenticare il suo passato, le sue sofferenze, le umiliazioni che ha provato quand’è andato in terra straniera, in modo tale da non ripeterle in casa propria… mi riesce veramente difficile.
Dall’altro son a mia volta convinto che l’Italia non sia già più composta dai “WASP” (o, meglio, nel nostro caso, WMC: White, Mediterranean and Clerical) ma sia oramai multietnica, data la grande presenza di gente “extracomunitaria” (che poi… la gente usa “extracomunitario” come sinonimo di “marocchino” o “negro”… gli hanno mai detto che i bianchi WASP americani sono extracomunitari a loro volta?).
Questi sono, o meglio erano, extracomunitari fintanto che venivano da un paese extra-UE e rimanevano cittadini dello stesso… ma i loro figli? quelli nati in Italia intendo: sono i-ta-lia-ni, a tutti gli effetti.
Ed allora, non è forse meglio deporre le armi ed imparare a vivere meglio assieme? questo è il “popolo” che lavora da noi (e lavorare lavorano, magari in nero ma lavorano, perchè siamo anche bastardi: facciamo leggi per cacciarli ed umiliarli ma col cavolo che li assumiamo regolarmente: in nero va bene, così il padrone non paga le tasse e loro non hanno coperture economiche, però li si continua a chiamare, spregiativamente, extracomunitari: i loro soldi ci vanno bene, le loro persone no) questo è il popolo che paga le tasse, che fa acquisti nei supermercati, che, se può, si compra la macchina… la casa.
Dal canto mio ogni persona che lavora e paga le tasse qui, dopo un certo periodo di tempo dovrebbe avere tutti i diritti che ho io, compreso (soprattutto) quello di voto.
Basta con tutta questa paura dell’uomo nero: impariamo a convivere tutti assieme, bianchi, neri, gialli, cristiani, musulmani: oramai siamo l’Italia… e questo è un fatto.

Paralleli

March 29th, 2010

Ricevo, da un amico, questo link e la cosa mi ricorda che…
(dalla mia mail di risposta a lui)

Ne parlavo proprio con un paio d’amici qualche giorno fa, anche se non esattamente in questi termini: poco tempo fa è stata aggiornata la legge per la pirateria di Statoper l’equo compenso (equo? v. qui) nella quale, a grandi linee, si dice che “siccome tu potresti fare una copia pirata, allora ti faccio GIA’ pagare il reato sotto forma di “piccola tassa” in ogni singolo supporto” (in pratica ogni supporto di memorizzazione informatico, oggi in Italia, contiene questo pagamento aggiuntivo pro-pirateria: e dico “pro” perchè, avendo GIA’ pagato, mi sento moralmente giustificato a piratare, ora :D).

Siccome c’è un processo alle intenzioni, con risvolti nel campo reale, avevamo pensato alla stessa cosa applicata al campo delle armi (quindi anche la caccia) con una riscrittura ad hoc del decreto Bondi: “siccome potresti usare la tua arma per commettere un omicidio (non ci siamo lanciati sulla “strage” ma, a seconda dell’arma, ci potrebbe anche stare) allora ti fai qualche mesetto di carcere preventivo, così, ‘perchè potresti’“… e non ridere: è legge, per i supporti di memorizzazione eh… cioè: il mio Governo, promulgando quella legge (ma anche quella precedente a cui il D.L. Bondi si rifà), mi dà del ladro e mi applica pure una multa, il tutto senza nemmeno un processo in cui io possa difendermi, senza portare una sola prova, senza fare alcuna verifica: “si dà per scontato” che chi usa un CD sia un ladro, punto.

Ed allora, per estensione, diamo per scontato anche che chi usa un fucile sia un omicida, no? ci sta.
Fin dove potremo arrivare con le storture, con le cose fatte all’italiana, e con i processi alle intenzioni?.. quella è proprio una brutta strada eh: presumere qualcosa ci può portare indietro di secoli, al periodo in cui si torturava la gente “presunta colpevole” per farla confessare… ed ovviamente, sotto tortura confessavano eccome, qualsiasi cosa.
Come disse un famoso comico “io glie lo spiego, glie lo rispiego, e se non capiscono gli faccio pure il disegno“.

Ancora sulla lingua “paneuropea”

November 6th, 2009

Rileggendo un mio vecchio post son ripassato sul sito dell’Unione Europea nella parte che tratta dell’argomento. Fra le cose che vi ho letto vedo che battono molto sul discorso del multilinguismo: penso che il motivo sia soprattutto la paura che hanno gli Stati “minori”, quelli aggregati di recente, di venire “colonizzati” tramite l’imposizione di una lingua che non tenga conto delle rispettive storie nazionali. Paura non di certo peregrina, lo ammetto, oltre a tutto mentre noi italiani siamo stati colonizzati dagli americani (e dite di no, se potete) ergo alla fine il parlare l’inglese (o, meglio, l’americano) ci pare “naturale”, gli Stati di più recente acquisizione hanno matrice “russa” (ex blocco sovietico). Da qui si può capire come percepiscano una lingua quale l’inglese (oltre a tutto in fortissima minoranza, come lingua madre, in UE).

Venendo al dunque: si dice che, fatta salva la lingua nazionale, ogni europeo “dovrebbe parlare altre due lingue estere“… uhmmm… a parte lo sforzo che si compie per parlarne già una… alla fine, per quanto mi riguarda, non sarei contrario a parlare (1) la mia lingua madre (italiano), (2) una lingua “paneuropea” (ad es. l’esperanto) e (3) una lingua “estera” (tipo l’inglese, che già parlo). Mi si può obbiettare che l’inglese non sia una “lingua estera”, dato che lo parlano in Inghilterra, Scozia ed Irlanda, membri della UE da tempo… ma andate un pò a vedere o, meglio, a sentire di quale “inglese” si tratta: nella migliore delle ipotesi è “americano” (quindi “estero” di sicuro), quando non si tratta di slang (gli inglesi sono piuttosto “contrariati” per questo ;-)).

Quindi smettiamola una buona volta, con tutti questi intoppi e cavilli che vorrebbero sembrare etici: l’unità si fa pensando tutti assieme ad un’esperienza comune, ma pensare non basta: bisogna comunicare la propria esperienza… e, fatalmente, finchè parleremo 23 lingue diverse comunicare sarà veramente un grosso problema. Smettiamola di tergiversare: mettiamoci in testa che “parlare una lingua comune” è uno dei fattori chiave per cui l’Unione Europea si potrà veramente e finalmente chiamare “unione“.
Soprattutto smettiamola di prenderci in giro: un francese non vorrà mai parlare inglese, a stento vorrà parlare tedesco… un tedesco men che meno vorrà parlare inglese, per non parlare dei “problemi linguistici interni” di cui leggo (qui e qui) tra gli spagnoli… e staremo lì, per i prossimi secoli, a rotolarci nelle nostre rispettive differenze, invece di cercare un punto comune da portare vantaggiosamente avanti.
E’ unità questa?

E nel frattempo altri “giganti” che possono beneficiare di un sistema linguistico che gli permette di capirsi (parlo di Cina, USA, ecc.) continueranno a guardarci, ridendo (giustamente), ed a fare i propri affari in un mondo in cui noi europei rimaniamo perpetuamente stranieri, continuando a parlare le nostre singole lingue, a livello globale poco più che dialetti, e facendoci fregare da una colonizzazione culturale che non ci permette di esser veramente uniti.

L’esperanto, una lingua progettata per esser semplice e soprattutto per cogliere un pò da tutti senza esser veramente patrimonio di nessuno, sarà la strada che ci porterà alla vera Unione Europea.

(qui un mio commento sul forum UE del multilinguismo)



Aggiornamento: pare che la “moderazione” del forum sul multilinguismo tenda, stranamente, a “tagliare” alcuni commenti… interessante esempio di democrazia europea. Riporto quindi, di seguito, l’ultimo (mio) commento sul forum, visto che fortunatamente qui non ho la necessità della (loro) moderazione:

“Il multilinguismo non mi pare “la soluzione” quanto, piuttosto “il problema“: ci possiamo davvero permettere i costi che tutto questo comporta?
Ci possiamo davvero permettere le incomprensioni che il parlare 23 lingue comportano?
Ci possiamo davvero permettere la distanza (linguistica) che questo comporta, quando due europei che parlano la propria lingua nazionale non possono comunicare?
Non sarebbe davvero meglio parlare tutti la stessa lingua, e che questa lingua sia “altra” rispetto a tutti, in modo che nessuno sia tentato di imporre, tramite la stessa, la propria cultura?
Visto che non par possibile avvantaggiare tutti, credo sia sensato non avvantaggiare nessuno: impariamo una lingua “comune ma che non faccia parte delle lingue europee” e chiamiamola Lingua Europea, buona per tutti.
Fatica all’inizio, per impararla, ma in seguito sarà la nostra lingua: non “la lingua di alcuni di noi, imposta agli altri” ma proprio la “nostra” (sia l’esperanto, l’interlingua o quella che decideremo).
Dove sto io la gente parla anche il dialetto, in casa propria. Ma quando esce di casa parla la “lingua comune” (l’italiano, nel nostro caso).
Sarebbe il caso succedesse anche in Europa, non pensate?”



Per lo stesso motivo di cui sopra (tagli indiscriminati da parte della “moderazione” del forum multilinguismo) riporto di seguito una risposta alla domanda posta qui:

Gent.mo sig. Orban,
per rispondere alla sua domanda: assolutamente sì!

Tutte le volte che cerco un’informazione sul sito della UE e non riesco a trovarla in italiano, ma nemmeno in inglese (sarò deludente, lo so, ma non conosco nè francese nè tedesco nè altro, è un mio limite).

Tutte le volte che devo parlare con una persona di lingua madre inglese: trovo assolutamente scorretto che io sia praticamente obbligato a confrontarmi, su una base assolutamente non paritaria, con una persona che trova facile parlare, mentre in quel momento io fatico moltissimo. Che senso ha questa “preferenza”?.. perchè?.. sono io cittadino di serie B?
E d’altro canto, se parlassi la mia lingua (come l’altro parla la sua), ci capiremmo ancora meno, no?

Lei dice: in esperanto (o altra lingua artificiale) non ci sono i termini per esprimere alcuni concetti.
Io rispondo: certe parole, in TUTTE le lingue, sono state inventate. Esisteva forse la parola “turbina”, in italiano, prima che qualcuno inventasse appunto la turbina?
E come possiamo “inventare” la “turbina” in italiano (e poi in inglese, francese, ecc.) la possiamo inventare in esperanto (si chiamano “neologismi” e la nostra lingua ne è piena).
Non creda che io stia sorvolando sulla sua argomentazione: è molto interessante, certo, però con quello che spendiamo per tradurre “tutto” in 23 lingue credo che spenderemmo perfino di meno nel completare la lingua che sceglieremo ed insegnarla a tutti: ci sarà un indubbio sforzo iniziale (ma mi pare ci sia già oggi no?) però in seguito la strada, almeno in Europa, sarà in discesa.
Il motivo della scelta dell’esperanto, piuttosto che un’altra lingua artificiale, era credo dettato dal fatto che nel mondo è già un pò diffusa: per la UE sarebbe di certo una marcia in più l’adozione di una lingua parlata anche in altri paesi non UE.

Concludendo: leggo che Lei giudica alcune parti del sito UE “non necessarie” in termini di traduzione comune. Nella pratica, quindi, il suo discorso porta ad escludere parte della UE dalla conoscenza di alcune pubblicazioni, dato che vengono tradotte nelle “lingue comprese dalla maggioranza dei cittadini europei” con ovvia esclusione delle minoranze (e, spesso, mi sento io stesso minoranza, anche se gli italiani sono una bella fetta della popolazione UE).

Quindi, anche in termini di costi, sarebbe economicamente più vantaggioso tradurre tutto in UNA sola lingua. Certo: in questo caso escluderemmo “tutti”, dato che la “lingua europea” la dovremmo imparare. Però rifletta su questo: non esisterebbero più “maggioranze” (ancorchè fittizie: gli anglofoni di lingua madre SONO una ristretta minoranza in UE) e soprattutto “minoranze”: sarebbe una scelta etica, credo, e nel tempo anche pratica.

la percezione dei diritti umani

November 3rd, 2009

Esiste la percezione di cosa sia un diritto, in modo generico e rivolto veramente a tutti, ed esiste invece la percezione di cosa sia “il mio diritto” (o il “diritto di alcuni”).

In Italia noto purtroppo andar per la maggiore la seconda: per tanti, tantissimi, il fatto che “la maggioranza” dica una cosa significa automaticamente calpestare il diritto della minoranza: “noi la pensiamo così, per cui tu fottiti”… che cosa triste.

Ragionavo così in merito a questo articolo apparso su Repubblica.it: al di là di come la possa pensare io in merito, ritengo comunque dimostrazione di “percezione del diritto di tutti” il fatto che, in un’aula comune, dove vanno ad imparare il cristiano ma anche il musulmano o il protestante, non sia corretto esporre segni distintivi validi per uno e non per altri, segni che, in base alle relative fedi, possono anche offendere altri.

Poi leggo che chi s’è sentita così ingiustamente colpita da questa pubblica mostra di simboli così di parte viene dalla Finlandia… e tutto si spiega: il valore che in altri luoghi viene dato alla dignità di fede di tutti non è certamente quello (prevaricatore) che diamo da noi.

Questo non per dire “buttiamo giù chiese e campanili”, non sia mai: quelle costruzioni fanno davvero parte del nostro patrimonio artistico e culturale, nessuno lo nega. Però andare a far proselitismo in una scuola, e farlo poi in modo scorretto (dato che non mi par di vedere i simboli di altre religioni, appesi ai muri… e nemmeno li vorrei vedere d’altro canto: a scuola sarebbe meglio imparare cosa sono le religioni, non far “tesseramento”, quant’anche occulto) mi pare proprio una triste misura del nostro livello culturale. Come sempre, son dovuti venire da fuori per insegnarci il significato di “uguaglianza”.

Vuoi dar risalto alle tue radici cristiane?.. riempi casa tua di crocefissi di tutte le fogge e dimensioni. Perchè devi appendere al muro di tutti qualcosa di diverso che non sia la bandiera italiana, un simbolo veramente di tutti?
Vuoi che tuo figlio sia educato secondo i canoni cristiani? mandalo in chiesa al catechismo: quello è, giustamente, un luogo dove si può parlare in modo “partigiano” della propria religione. Altri manderanno i figli alla moschea, altri al templio: l’importante è che sia una loro (della famiglia) libera scelta il dove istruire la propria prole e non il ritrovarsi un simbolo, magari non ben accetto, in un luogo in cui uno deve andare obbligatoriamente (peraltro paga con le proprie tasse la disponibilità dello stesso).

Pecore o Pantere…

September 21st, 2009

Leggendo questo articolo, di Vittorio Zambardino, mi viene in mente un tema al quale penso spesso: la “presenza digitale”.

Piccolo escursus… in uno dei più famosi (per chi conosce il settore) libri cyberpunk, “Giù nel cyberspazio”, Gibson parlava di “lotta urbana” (digitale ovviamente) in riferimento ad uno dei tanti gruppi di cui sarebbe ricco lo “sprawl” (AKA sottobosco, sottocultura), le Pantere Moderne: un gruppo di quelli che oggi chiameremmo hacker (o, nell’uso che ne fa lui, cracker) che sfidano l’ordine costituito usando i suoi stessi mezzi e livelli tecnologici, sopperendo alla carenza di budget con la fantasia e le conoscenze tecniche…

Questo per dire che “chi pecora si fa, il lupo se lo mangia“… il “gaydar” serve a “raccogliere” ed etichettare una classe, ma lo puoi fare, come dicono nell’articolo, solo se la classe ha elementi atti ad essere “classificati” (dato poi che non stiamo parlando di IA)… oggi occorre quindi conoscere i mezzi che usano i “grandi”, per agire come Pantere Moderne, per esser mutevoli, consci e non-classificabili… senza cadere nell’estremo opposto e venire etichettati all’interno di una classe di “diversi”: la “trasparenza” è la via, l’essere e non essere, il “far parte” rimanendo sè stessi, nuotando insieme agli altri ma osservando gli altri e sè stessi da un punto di vista conscio… altrimenti non si è pantera ma pecora… o gay (mi si perdoni la battuta, peraltro non del tutto mia). ;)

Incorreggibili

August 19th, 2009

    Ammettiamolo: siamo incorreggibili… ed in malafede anche… sempre lì a guardare, spiare, accusare, borbottare… e ci facciamo sfuggire i fatti reali, quelli veri: ma era ovvio che scherzava!!!

    Poi magari rimane da spiegare il perchè uno che “non ha mai fatto nulla” debba dire “non sono un santo“… cioè… d’accordo… è anche in ottima compagnia, se vogliamo dirla tutta.

    Ma va bene, non si pretende che uno, presi chiodi e martello, si crocefigga da solo. Agli italiani, popolo di navigatori, poeti e scassamaroni, solamente uno “svegliatevi!“.

Quando si dice il priapismo…

August 8th, 2009

E così una persona che ha rubato, diffamato, commesso reati d’opinione (opinione altrui, più che altro: v. l’editto bulgaro sul caso Santoro, Biagi e Luttazzi), s’è macchiata di ogni possibile reato fiscale e non fiscale, conflitti enormi d’interessi, nepotismo in varie forme, ha fondamentalmente preso per il culo 58 milioni di italiani (dei quali mi spiace solo per meno della metà: gli altri se lo meritano), ha fatto leggi per depenalizzare i reati (propri) già commessi… finirà male solo perchè “ce l’ha duro”.

Siamo proprio in Italia eh.

Ma…. poveriiiiiino!!!

March 18th, 2009

    Esterna oggi, esterna domani, il nostro Presidente Operaio ha finito per lasciare questa piccola perla su Rep.it: “Si dice “disperato”. E torna a ripetere quanto il lavoro del politico gli “faccia schifo”. Serata di svago per Silvio Berlusconi al teatro Quirino di Roma. Ieri sera tra il primo e il secondo atto il premier si concede un bagno di folla. “Sono otto settimane che non faccio un giorno di riposo” scherza nel foyer con il pubblico. “Ma lei si diverte”, lo punzecchia una signora. “No, a me non piace quello che faccio - replica il Cavaliere - lo faccio solo per senso di responsabilità. Mi fa schifo quello che faccio. Sono disperato…”.

    Ora… considerando che se non fosse stato al Governo, non sarebbe riuscito a far passare una legge sulla depenalizzazione del reato di falso in bilancio (cadendo il quale, il nostro ha schivato il carcere) e… tante altre la domanda che si pone è “preferiva forse la galera?”.

    Qui un (altro) raro esempio di coerenza.