Ancora sulla lingua “paneuropea”
Rileggendo un mio vecchio post son ripassato sul sito dell’Unione Europea nella parte che tratta dell’argomento. Fra le cose che vi ho letto vedo che battono molto sul discorso del multilinguismo: penso che il motivo sia soprattutto la paura che hanno gli Stati “minori”, quelli aggregati di recente, di venire “colonizzati” tramite l’imposizione di una lingua che non tenga conto delle rispettive storie nazionali. Paura non di certo peregrina, lo ammetto, oltre a tutto mentre noi italiani siamo stati colonizzati dagli americani (e dite di no, se potete) ergo alla fine il parlare l’inglese (o, meglio, l’americano) ci pare “naturale”, gli Stati di più recente acquisizione hanno matrice “russa” (ex blocco sovietico). Da qui si può capire come percepiscano una lingua quale l’inglese (oltre a tutto in fortissima minoranza, come lingua madre, in UE).
Venendo al dunque: si dice che, fatta salva la lingua nazionale, ogni europeo “dovrebbe parlare altre due lingue estere“… uhmmm… a parte lo sforzo che si compie per parlarne già una… alla fine, per quanto mi riguarda, non sarei contrario a parlare (1) la mia lingua madre (italiano), (2) una lingua “paneuropea” (ad es. l’esperanto) e (3) una lingua “estera” (tipo l’inglese, che già parlo). Mi si può obbiettare che l’inglese non sia una “lingua estera”, dato che lo parlano in Inghilterra, Scozia ed Irlanda, membri della UE da tempo… ma andate un pò a vedere o, meglio, a sentire di quale “inglese” si tratta: nella migliore delle ipotesi è “americano” (quindi “estero” di sicuro), quando non si tratta di slang (gli inglesi sono piuttosto “contrariati” per questo ;-)).
Quindi smettiamola una buona volta, con tutti questi intoppi e cavilli che vorrebbero sembrare etici: l’unità si fa pensando tutti assieme ad un’esperienza comune, ma pensare non basta: bisogna comunicare la propria esperienza… e, fatalmente, finchè parleremo 23 lingue diverse comunicare sarà veramente un grosso problema. Smettiamola di tergiversare: mettiamoci in testa che “parlare una lingua comune” è uno dei fattori chiave per cui l’Unione Europea si potrà veramente e finalmente chiamare “unione“.
Soprattutto smettiamola di prenderci in giro: un francese non vorrà mai parlare inglese, a stento vorrà parlare tedesco… un tedesco men che meno vorrà parlare inglese, per non parlare dei “problemi linguistici interni” di cui leggo (qui e qui) tra gli spagnoli… e staremo lì, per i prossimi secoli, a rotolarci nelle nostre rispettive differenze, invece di cercare un punto comune da portare vantaggiosamente avanti.
E’ unità questa?
E nel frattempo altri “giganti” che possono beneficiare di un sistema linguistico che gli permette di capirsi (parlo di Cina, USA, ecc.) continueranno a guardarci, ridendo (giustamente), ed a fare i propri affari in un mondo in cui noi europei rimaniamo perpetuamente stranieri, continuando a parlare le nostre singole lingue, a livello globale poco più che dialetti, e facendoci fregare da una colonizzazione culturale che non ci permette di esser veramente uniti.
L’esperanto, una lingua progettata per esser semplice e soprattutto per cogliere un pò da tutti senza esser veramente patrimonio di nessuno, sarà la strada che ci porterà alla vera Unione Europea.
(qui un mio commento sul forum UE del multilinguismo)
Aggiornamento: pare che la “moderazione” del forum sul multilinguismo tenda, stranamente, a “tagliare” alcuni commenti… interessante esempio di democrazia europea. Riporto quindi, di seguito, l’ultimo (mio) commento sul forum, visto che fortunatamente qui non ho la necessità della (loro) moderazione:
“Il multilinguismo non mi pare “la soluzione” quanto, piuttosto “il problema“: ci possiamo davvero permettere i costi che tutto questo comporta?
Ci possiamo davvero permettere le incomprensioni che il parlare 23 lingue comportano?
Ci possiamo davvero permettere la distanza (linguistica) che questo comporta, quando due europei che parlano la propria lingua nazionale non possono comunicare?
Non sarebbe davvero meglio parlare tutti la stessa lingua, e che questa lingua sia “altra” rispetto a tutti, in modo che nessuno sia tentato di imporre, tramite la stessa, la propria cultura?
Visto che non par possibile avvantaggiare tutti, credo sia sensato non avvantaggiare nessuno: impariamo una lingua “comune ma che non faccia parte delle lingue europee” e chiamiamola Lingua Europea, buona per tutti.
Fatica all’inizio, per impararla, ma in seguito sarà la nostra lingua: non “la lingua di alcuni di noi, imposta agli altri” ma proprio la “nostra” (sia l’esperanto, l’interlingua o quella che decideremo).
Dove sto io la gente parla anche il dialetto, in casa propria. Ma quando esce di casa parla la “lingua comune” (l’italiano, nel nostro caso).
Sarebbe il caso succedesse anche in Europa, non pensate?”
Per lo stesso motivo di cui sopra (tagli indiscriminati da parte della “moderazione” del forum multilinguismo) riporto di seguito una risposta alla domanda posta qui:
Gent.mo sig. Orban,
per rispondere alla sua domanda: assolutamente sì!Tutte le volte che cerco un’informazione sul sito della UE e non riesco a trovarla in italiano, ma nemmeno in inglese (sarò deludente, lo so, ma non conosco nè francese nè tedesco nè altro, è un mio limite).
Tutte le volte che devo parlare con una persona di lingua madre inglese: trovo assolutamente scorretto che io sia praticamente obbligato a confrontarmi, su una base assolutamente non paritaria, con una persona che trova facile parlare, mentre in quel momento io fatico moltissimo. Che senso ha questa “preferenza”?.. perchè?.. sono io cittadino di serie B?
E d’altro canto, se parlassi la mia lingua (come l’altro parla la sua), ci capiremmo ancora meno, no?Lei dice: in esperanto (o altra lingua artificiale) non ci sono i termini per esprimere alcuni concetti.
Io rispondo: certe parole, in TUTTE le lingue, sono state inventate. Esisteva forse la parola “turbina”, in italiano, prima che qualcuno inventasse appunto la turbina?
E come possiamo “inventare” la “turbina” in italiano (e poi in inglese, francese, ecc.) la possiamo inventare in esperanto (si chiamano “neologismi” e la nostra lingua ne è piena).
Non creda che io stia sorvolando sulla sua argomentazione: è molto interessante, certo, però con quello che spendiamo per tradurre “tutto” in 23 lingue credo che spenderemmo perfino di meno nel completare la lingua che sceglieremo ed insegnarla a tutti: ci sarà un indubbio sforzo iniziale (ma mi pare ci sia già oggi no?) però in seguito la strada, almeno in Europa, sarà in discesa.
Il motivo della scelta dell’esperanto, piuttosto che un’altra lingua artificiale, era credo dettato dal fatto che nel mondo è già un pò diffusa: per la UE sarebbe di certo una marcia in più l’adozione di una lingua parlata anche in altri paesi non UE.Concludendo: leggo che Lei giudica alcune parti del sito UE “non necessarie” in termini di traduzione comune. Nella pratica, quindi, il suo discorso porta ad escludere parte della UE dalla conoscenza di alcune pubblicazioni, dato che vengono tradotte nelle “lingue comprese dalla maggioranza dei cittadini europei” con ovvia esclusione delle minoranze (e, spesso, mi sento io stesso minoranza, anche se gli italiani sono una bella fetta della popolazione UE).
Quindi, anche in termini di costi, sarebbe economicamente più vantaggioso tradurre tutto in UNA sola lingua. Certo: in questo caso escluderemmo “tutti”, dato che la “lingua europea” la dovremmo imparare. Però rifletta su questo: non esisterebbero più “maggioranze” (ancorchè fittizie: gli anglofoni di lingua madre SONO una ristretta minoranza in UE) e soprattutto “minoranze”: sarebbe una scelta etica, credo, e nel tempo anche pratica.




