Imagine all the people…

Thursday, 17 November 2011

La parola ed il suo valore

Filed under: post storici, pensieri, coerenza, Europa, politica, sociale, Italia — lcoianiz @ 5:37 am

  Ho visto il video del giuramento di Mario Monti e dei “suoi” ministri. Ora… tutto questo, dopo tanti anni di berlusconismo, tette e culi in TV, potrebbe anche avere un valore puramente scenico, mentre invece… perchè non accordare a questo atto il significato e la dignità che merita? Forse che siamo oramai troppo guastati dal potere mediatico e pensiamo che “tanto tutto è show“?.. che, in ogni caso, ed in ogni contingenza, e spesso anche contro ogni logica (l’abbiamo visto in questi giorni) “the show must go on“?

  Ebbene no: io penso, e mi piacerebbe fosse davvero così (e credo lo sia), che se una quindicina di persone di una certa età, persone con una storia alle spalle, gente che ha lavorato, ha studiato, s’è confrontata, gente che è venuta lì per “fare qualcosa”, se queste persone pronunciano una “formula”, ebbene, questa non dovrebbe essere una formula vuota: “giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione“. Queste parole significano qualcosa, significano molto, e c’è un patto esplicito che s’instaura fra chi le dice e chi le ascolta… “giuro”, non è cosa che si possa dire a cuor leggero, non davanti ad altri, non quando non si sta scherzando: è un impegno, un grande impegno. Auguro a tutti loro, anche per il nostro bene, ma soprattutto per il loro, di riuscire in quello che devono fare: un giuramento non è cosa da pronunziare alla leggera.

  Mentre li ascoltavo, assieme all’emozione, che non era certamente solo loro, m’è venuto in mente: ma anni fa… anche Berlusconi ed i suoi ministri hanno giurato, nello stesso modo, magari davanti ad un altro Presidente della Repubblica, ma hanno detto le stesse parole (il cerimoniale)… e non sarà forse proprio perchè questo giuramento, alla prova evidente dei fatti, è stato tradito, che gli italiani, senza guardare (o guardando poco) allo schieramento, ce l’hanno con lui?.. perchè lui non ha “solo” fatto i suoi interessi, no, un comportamento simile sarebbe riprovevole, magari, e di certo già contrario al giuramento (”…di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione“). Ma non si è fermato lì… e potremmo dire che intere generazioni di “politici”, dopo aver giurato, si son fatte i propri interessi, tanti o pochi che fossero… non s’è fermato lì, no… ha proprio dovuto andare contro i nostri: ha giurato, ha violato il giuramento, ED ha pervertito tutto il sistema contro i nostri interessi, in modo tale da far perfino sembrare legittimi i suoi (ancora oggi c’è chi lo pensa e, nelle sue logiche, indubbiamente il suo interesse era legittimo).

  Passato il tempo, passato il pensiero, ieri era ieri, oggi è oggi, non rimaniamo ancorati al passato, pur senza perderne l’insegnamento: auguro quindi, a loro ma a tutti noi, che la parola torni finalmente e dopo tanto tempo ad avere un valore, che una persona che dica “giuro”, che stringa una mano, torni ad esser creduta (e credibile) “perchè ha giurato (o ha stretto la mano)“. D’accordo l’emergenza del momento, ma questa cosa, questo valore, è un qualcosa che ci servirà anche una volta passato il momento del bisogno immediato, è qualcosa che dovremo chiedere, ai nostri politici, se vogliono davvero dimostrare di non essere la “classe politica” che ha creato ed esasperato fino quasi (e speriamo sia un quasi) all’estrema conseguenza, questa situazione di grande rischio, “la casta”.

  Quando Monti avrà terminato il suo lavoro, assieme ai suoi collaboratori, probabilmente vorrà farsi da parte, come farebbe chiunque abbia portato a termine ciò che si era prefissato di fare. Ed allora si tornerà ad una situazione più “tradizionale”, con i politici “di sempre”. Quel che voglio dire è che noi non li vogliamo, non vogliamo che siano “di sempre” o “come sempre”, non vogliamo che si possa ragionevolmente dire “ma tanto, una volta che arrivano lì, poi diventano tutti uguali”, non vogliamo, no.

  Vogliamo persone che, quando pronunceranno il giuramento, e lo dovranno fare ovviamente, credano davvero dicendo “giuro”, credano davvero dicendo “…di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione“, credano!.. perchè non lasceremo per altri vent’anni, e nemmeno per dieci o per cinque, persone che non credono che, quando dicono “giuro”, si stanno davvero impegnando sia verso sè stesse sia verso tutti noi.
  Vogliamo persone che, dopo aver giurato, si sentano libere di poterci chiedere sacrifici, perchè sono gli stessi sacrifici che stanno compiendo loro. Non si dovranno, mai, sentire come chi ci chiedeva sacrifici, pasteggiando a caviale e champagne, e strusciandosi fra tette e culi di “letterine” o “veline”… no: saranno Ministri della Repubblica, gente che possiamo chiamare “onorevole”.

  Le parole hanno un significato: se le svuoti di significato, è vero che le puoi addomesticare e far fare loro i giochini più assurdi (cit. “è la nipote di Mubarak“). Ma è anche vero che perdi, nello stesso momento, tutto il vero potere delle parole stesse: laddove dire “giuro” non ha più significato di “pirla”, la gente (non solo da noi) darà ai tuoi giuramenti il peso che meritano: da “pirla”.
  E chi prima e chi, dolorosamente, dopo, alla fine si capisce cosa significa aver mentito ad un’intera Nazione, prima di tutto, ad un’intera Europa, ed in ultima analisi, a buona parte del Mondo.

  Vorrei quindi poter dire che la parola ha un valore, perchè pronunciata da una persona (per-sona: colui che produce suoni, che parla), che questa persona ha una dignità, prima di dover dimostrare qualcosa agli altri, la dignità verso sè stessa, che questa dignità è informata da un’etica, che non è vero che l’etica s’è persa.

Friday, 6 November 2009

Ancora sulla lingua “paneuropea”

Filed under: pensieri, Europa, sociale, lingue — lcoianiz @ 9:45 pm

Rileggendo un mio vecchio post son ripassato sul sito dell’Unione Europea nella parte che tratta dell’argomento. Fra le cose che vi ho letto vedo che battono molto sul discorso del multilinguismo: penso che il motivo sia soprattutto la paura che hanno gli Stati “minori”, quelli aggregati di recente, di venire “colonizzati” tramite l’imposizione di una lingua che non tenga conto delle rispettive storie nazionali. Paura non di certo peregrina, lo ammetto, oltre a tutto mentre noi italiani siamo stati colonizzati dagli americani (e dite di no, se potete) ergo alla fine il parlare l’inglese (o, meglio, l’americano) ci pare “naturale”, gli Stati di più recente acquisizione hanno matrice “russa” (ex blocco sovietico). Da qui si può capire come percepiscano una lingua quale l’inglese (oltre a tutto in fortissima minoranza, come lingua madre, in UE).

Venendo al dunque: si dice che, fatta salva la lingua nazionale, ogni europeo “dovrebbe parlare altre due lingue estere“… uhmmm… a parte lo sforzo che si compie per parlarne già una… alla fine, per quanto mi riguarda, non sarei contrario a parlare (1) la mia lingua madre (italiano), (2) una lingua “paneuropea” (ad es. l’esperanto) e (3) una lingua “estera” (tipo l’inglese, che già parlo). Mi si può obbiettare che l’inglese non sia una “lingua estera”, dato che lo parlano in Inghilterra, Scozia ed Irlanda, membri della UE da tempo… ma andate un pò a vedere o, meglio, a sentire di quale “inglese” si tratta: nella migliore delle ipotesi è “americano” (quindi “estero” di sicuro), quando non si tratta di slang (gli inglesi sono piuttosto “contrariati” per questo ;-)).

Quindi smettiamola una buona volta, con tutti questi intoppi e cavilli che vorrebbero sembrare etici: l’unità si fa pensando tutti assieme ad un’esperienza comune, ma pensare non basta: bisogna comunicare la propria esperienza… e, fatalmente, finchè parleremo 23 lingue diverse comunicare sarà veramente un grosso problema. Smettiamola di tergiversare: mettiamoci in testa che “parlare una lingua comune” è uno dei fattori chiave per cui l’Unione Europea si potrà veramente e finalmente chiamare “unione“.
Soprattutto smettiamola di prenderci in giro: un francese non vorrà mai parlare inglese, a stento vorrà parlare tedesco… un tedesco men che meno vorrà parlare inglese, per non parlare dei “problemi linguistici interni” di cui leggo (qui e qui) tra gli spagnoli… e staremo lì, per i prossimi secoli, a rotolarci nelle nostre rispettive differenze, invece di cercare un punto comune da portare vantaggiosamente avanti.
E’ unità questa?

E nel frattempo altri “giganti” che possono beneficiare di un sistema linguistico che gli permette di capirsi (parlo di Cina, USA, ecc.) continueranno a guardarci, ridendo (giustamente), ed a fare i propri affari in un mondo in cui noi europei rimaniamo perpetuamente stranieri, continuando a parlare le nostre singole lingue, a livello globale poco più che dialetti, e facendoci fregare da una colonizzazione culturale che non ci permette di esser veramente uniti.

L’esperanto, una lingua progettata per esser semplice e soprattutto per cogliere un pò da tutti senza esser veramente patrimonio di nessuno, sarà la strada che ci porterà alla vera Unione Europea.

(qui un mio commento sul forum UE del multilinguismo)



Aggiornamento: pare che la “moderazione” del forum sul multilinguismo tenda, stranamente, a “tagliare” alcuni commenti… interessante esempio di democrazia europea. Riporto quindi, di seguito, l’ultimo (mio) commento sul forum, visto che fortunatamente qui non ho la necessità della (loro) moderazione:

“Il multilinguismo non mi pare “la soluzione” quanto, piuttosto “il problema“: ci possiamo davvero permettere i costi che tutto questo comporta?
Ci possiamo davvero permettere le incomprensioni che il parlare 23 lingue comportano?
Ci possiamo davvero permettere la distanza (linguistica) che questo comporta, quando due europei che parlano la propria lingua nazionale non possono comunicare?
Non sarebbe davvero meglio parlare tutti la stessa lingua, e che questa lingua sia “altra” rispetto a tutti, in modo che nessuno sia tentato di imporre, tramite la stessa, la propria cultura?
Visto che non par possibile avvantaggiare tutti, credo sia sensato non avvantaggiare nessuno: impariamo una lingua “comune ma che non faccia parte delle lingue europee” e chiamiamola Lingua Europea, buona per tutti.
Fatica all’inizio, per impararla, ma in seguito sarà la nostra lingua: non “la lingua di alcuni di noi, imposta agli altri” ma proprio la “nostra” (sia l’esperanto, l’interlingua o quella che decideremo).
Dove sto io la gente parla anche il dialetto, in casa propria. Ma quando esce di casa parla la “lingua comune” (l’italiano, nel nostro caso).
Sarebbe il caso succedesse anche in Europa, non pensate?”



Per lo stesso motivo di cui sopra (tagli indiscriminati da parte della “moderazione” del forum multilinguismo) riporto di seguito una risposta alla domanda posta qui:

Gent.mo sig. Orban,
per rispondere alla sua domanda: assolutamente sì!

Tutte le volte che cerco un’informazione sul sito della UE e non riesco a trovarla in italiano, ma nemmeno in inglese (sarò deludente, lo so, ma non conosco nè francese nè tedesco nè altro, è un mio limite).

Tutte le volte che devo parlare con una persona di lingua madre inglese: trovo assolutamente scorretto che io sia praticamente obbligato a confrontarmi, su una base assolutamente non paritaria, con una persona che trova facile parlare, mentre in quel momento io fatico moltissimo. Che senso ha questa “preferenza”?.. perchè?.. sono io cittadino di serie B?
E d’altro canto, se parlassi la mia lingua (come l’altro parla la sua), ci capiremmo ancora meno, no?

Lei dice: in esperanto (o altra lingua artificiale) non ci sono i termini per esprimere alcuni concetti.
Io rispondo: certe parole, in TUTTE le lingue, sono state inventate. Esisteva forse la parola “turbina”, in italiano, prima che qualcuno inventasse appunto la turbina?
E come possiamo “inventare” la “turbina” in italiano (e poi in inglese, francese, ecc.) la possiamo inventare in esperanto (si chiamano “neologismi” e la nostra lingua ne è piena).
Non creda che io stia sorvolando sulla sua argomentazione: è molto interessante, certo, però con quello che spendiamo per tradurre “tutto” in 23 lingue credo che spenderemmo perfino di meno nel completare la lingua che sceglieremo ed insegnarla a tutti: ci sarà un indubbio sforzo iniziale (ma mi pare ci sia già oggi no?) però in seguito la strada, almeno in Europa, sarà in discesa.
Il motivo della scelta dell’esperanto, piuttosto che un’altra lingua artificiale, era credo dettato dal fatto che nel mondo è già un pò diffusa: per la UE sarebbe di certo una marcia in più l’adozione di una lingua parlata anche in altri paesi non UE.

Concludendo: leggo che Lei giudica alcune parti del sito UE “non necessarie” in termini di traduzione comune. Nella pratica, quindi, il suo discorso porta ad escludere parte della UE dalla conoscenza di alcune pubblicazioni, dato che vengono tradotte nelle “lingue comprese dalla maggioranza dei cittadini europei” con ovvia esclusione delle minoranze (e, spesso, mi sento io stesso minoranza, anche se gli italiani sono una bella fetta della popolazione UE).

Quindi, anche in termini di costi, sarebbe economicamente più vantaggioso tradurre tutto in UNA sola lingua. Certo: in questo caso escluderemmo “tutti”, dato che la “lingua europea” la dovremmo imparare. Però rifletta su questo: non esisterebbero più “maggioranze” (ancorchè fittizie: gli anglofoni di lingua madre SONO una ristretta minoranza in UE) e soprattutto “minoranze”: sarebbe una scelta etica, credo, e nel tempo anche pratica.

Tuesday, 3 November 2009

la percezione dei diritti umani

Filed under: pensieri, coerenza, Europa, sociale, religione — lcoianiz @ 4:17 pm

Esiste la percezione di cosa sia un diritto, in modo generico e rivolto veramente a tutti, ed esiste invece la percezione di cosa sia “il mio diritto” (o il “diritto di alcuni”).

In Italia noto purtroppo andar per la maggiore la seconda: per tanti, tantissimi, il fatto che “la maggioranza” dica una cosa significa automaticamente calpestare il diritto della minoranza: “noi la pensiamo così, per cui tu fottiti”… che cosa triste.

Ragionavo così in merito a questo articolo apparso su Repubblica.it: al di là di come la possa pensare io in merito, ritengo comunque dimostrazione di “percezione del diritto di tutti” il fatto che, in un’aula comune, dove vanno ad imparare il cristiano ma anche il musulmano o il protestante, non sia corretto esporre segni distintivi validi per uno e non per altri, segni che, in base alle relative fedi, possono anche offendere altri.

Poi leggo che chi s’è sentita così ingiustamente colpita da questa pubblica mostra di simboli così di parte viene dalla Finlandia… e tutto si spiega: il valore che in altri luoghi viene dato alla dignità di fede di tutti non è certamente quello (prevaricatore) che diamo da noi.

Questo non per dire “buttiamo giù chiese e campanili”, non sia mai: quelle costruzioni fanno davvero parte del nostro patrimonio artistico e culturale, nessuno lo nega. Però andare a far proselitismo in una scuola, e farlo poi in modo scorretto (dato che non mi par di vedere i simboli di altre religioni, appesi ai muri… e nemmeno li vorrei vedere d’altro canto: a scuola sarebbe meglio imparare cosa sono le religioni, non far “tesseramento”, quant’anche occulto) mi pare proprio una triste misura del nostro livello culturale. Come sempre, son dovuti venire da fuori per insegnarci il significato di “uguaglianza”.

Vuoi dar risalto alle tue radici cristiane?.. riempi casa tua di crocefissi di tutte le fogge e dimensioni. Perchè devi appendere al muro di tutti qualcosa di diverso che non sia la bandiera italiana, un simbolo veramente di tutti?
Vuoi che tuo figlio sia educato secondo i canoni cristiani? mandalo in chiesa al catechismo: quello è, giustamente, un luogo dove si può parlare in modo “partigiano” della propria religione. Altri manderanno i figli alla moschea, altri al templio: l’importante è che sia una loro (della famiglia) libera scelta il dove istruire la propria prole e non il ritrovarsi un simbolo, magari non ben accetto, in un luogo in cui uno deve andare obbligatoriamente (peraltro paga con le proprie tasse la disponibilità dello stesso).

Monday, 21 September 2009

Pecore o Pantere…

Filed under: pensieri, sociale, network — lcoianiz @ 6:42 pm

Leggendo questo articolo, di Vittorio Zambardino, mi viene in mente un tema al quale penso spesso: la “presenza digitale”.

Piccolo escursus… in uno dei più famosi (per chi conosce il settore) libri cyberpunk, “Giù nel cyberspazio”, Gibson parlava di “lotta urbana” (digitale ovviamente) in riferimento ad uno dei tanti gruppi di cui sarebbe ricco lo “sprawl” (AKA sottobosco, sottocultura), le Pantere Moderne: un gruppo di quelli che oggi chiameremmo hacker (o, nell’uso che ne fa lui, cracker) che sfidano l’ordine costituito usando i suoi stessi mezzi e livelli tecnologici, sopperendo alla carenza di budget con la fantasia e le conoscenze tecniche…

Questo per dire che “chi pecora si fa, il lupo se lo mangia“… il “gaydar” serve a “raccogliere” ed etichettare una classe, ma lo puoi fare, come dicono nell’articolo, solo se la classe ha elementi atti ad essere “classificati” (dato poi che non stiamo parlando di IA)… oggi occorre quindi conoscere i mezzi che usano i “grandi”, per agire come Pantere Moderne, per esser mutevoli, consci e non-classificabili… senza cadere nell’estremo opposto e venire etichettati all’interno di una classe di “diversi”: la “trasparenza” è la via, l’essere e non essere, il “far parte” rimanendo sè stessi, nuotando insieme agli altri ma osservando gli altri e sè stessi da un punto di vista conscio… altrimenti non si è pantera ma pecora… o gay (mi si perdoni la battuta, peraltro non del tutto mia). ;)

Friday, 28 November 2003

I figli

Filed under: post storici, pensieri — lcoianiz @ 12:46 pm

  I vostri figli non sono figli vostri.
  Sono i figli e le figlie della brama, che la Vita ha di se stessa.
  Essi vengono attraverso voi ma non da voi e sebbene siano con voi, non vi appartengono.
  Potete donare il vostro amore, ma non i vostri pensieri.
  Poichè hanno pensieri loro propri.
  Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime, giacchè le loro anime albergano nella casa di domani, che voi non potete visitare neppure in sogno.
  Potete tentare di essere come loro, ma non di renderli come voi siete.

Tuesday, 11 November 2003

Perchè lo si dice in inglese?

Filed under: post storici, pensieri — lcoianiz @ 8:00 pm

Questa sera, tornando a casa in macchina, riflettevo sulle “frasi della new economy“…

…tutta quella massa di cazzate che da qualche anno i media si sono messi a propinarci, condite di parole che paiono “altisonanti” solo perchè dette in inglese (ma, spesso, in “ottimo” slang).

Premetto che io non sono contro l’utilizzo della lingua inglese… purchè la cosa avvenga in modo appropriato e non, semplicemente, per prendere per i fondelli la gente: in ambito tecnico (il mio), ma non solo, s’è sempre usato un gergo farcito di termini “inglesi” (in realtà, dato che la tecnologia veniva dagli USA, il gergo era più “americano” che altro: forse ora, per gli stessi motivi, dovremmo parlare cinese). ;-)
Questo però avveniva “per farsi capire più velocemente e meglio”: una volta che tutti (i componenti di un gruppo) usano lo stesso gergo, fosse anche il runico antico, le comunicazioni avvengono meglio ed in modo più preciso e puntuale.

Se fate caso, lo slang “new economy style” viene invece utilizzato “per far colpo sugli ignoranti” (giacchè gli altri, udendolo, ridono delle fanfaronate che queste frasi riportano), per impedire la corretta comprensione del messaggio, per rendere il tutto “un pò più arcano” (come il linguaggio dei dotti frati, il latino, durante i secoli bui, usato per far colpo sulle masse)… in una parola, per “intortare“.

Se certe cose venissero infatti dette nella lingua nazionale farebbero effettivamente molto ridere: certe “professioni” attuali sembrano inventate in un circo equestre… certi “gradi” in un teatrino di cabaret:

- Humans Resources Manager for Professional High School: bidello per istituto tecnico (sono richieste specifiche competenze di Corridor Controlling e Bathroom Bonification).
- Keys & Door Manager: portiere.
- Car Layout Advisor: posteggiatore.
- Workforce Integration Manager: guardiano dei lavoratori.

Ora… gli esempi qui sopra non sono effettivamente reali ma… sono poi così diversi da “Training Team Leader” (istruttore), “Sales Department Representative” (rappresentante commerciale) o “Large Systems Technical Support” (supporto tecnico grandi sistemi)?

Chissà com’è, ma quando sento parlare “inglese” in questi termini da parte di un italiano, per nessun motivo particolare (non sta facendo alcun discorso in inglese, intendo)… beh… mi si drizzano le orecchie ed il pensiero va ad “incu**ta in arrivo: occhio!“. ;-)))
Non tento di capire, anche perchè… non c’è proprio nulla da capire.

Tuesday, 4 November 2003

Soffrire su un crocefisso…

Filed under: post storici, pensieri — lcoianiz @ 9:05 pm

…o soffrire per un crocefisso?

Le mie riflessioni sul “caso del crocefisso a scuola”, scoppiato recentemente sui media nazionali in seguito al pronunciarsi di un giudice italiano.

Il rispetto ci vuole da entrambe le parti: da chi viene, inizialmente “ospite” in Italia ma poi cittadino a tutti gli effetti, ma anche da chi già vi risiede: la religione cristiana non è più, e da un bel pò, religione “di Stato” (dal 1948… o 1960, se preferite: http://www.cesnur.org/testi/maselli.htm).

Il rispetto ci obbliga quindi (moralmente) a scegliere tra due alternative: appendere tutti i simboli di tutte le religioni presenti, onde non far torto a nessuno, un pò impraticabile dato che sono parecchie, oppure togliere i simboli di quell’unica “privilegiata”… personalmente opterei per la seconda: in fin dei conti
1) se si parla di “simbolo culturale” allora dobbiamo davvero istituire l’ora di religioni, con insegnanti di confessioni diverse, che cambiano di volta in volta ed illustrano gli aspetti culturali delle diverse religioni (e quindi, correttamente, non fanno catechismo in aula).
2) se si parla di “simbolo religioso” mi pare che il luogo corretto non sia la scuola ma piuttosto la chiesa: lì nessuno viene a contestare la presenza di un crocifisso e/o pretendere di accompagnarlo a simboli “non leciti” all’interno di una chiesa cristiana ma magari “più che leciti” in una moschea o in altro templio.

Da un punto di vista prettamente culturale, potremmo dire “tanto rumore per nulla”: non si vuol certo sconfessare la chiesa cattolica, chiuderne i siti di culto (che per molti versi sono anche “di cultura”) o professare l’ateismo di Stato.

Personalmente mi pare che, oltre a coloro che hanno volutamente cavalcato l’onda della xenofobia, ci sia in giro molta paura: mi baso sul fatto che un popolo sicuro della sua cultura e delle sua fede religiosa non dovrebbe temere “il nuovo” o vedere altre fedi (ed idee) come un’invasione.
Certo… non è sempre facile convivere con persone che pensano e “sentono” in modo diverso dal proprio, ma preferirei vedere una ricchezza in questa diversità, piuttosto che un attacco al proprio modo di vedere e pensare.
In fin dei conti quelli che, storicamente, “rompono le scatole” sono proprio i Testimoni di Geova… e non mi sembrano nè musulmani nè buddisti (ovviamente la “frecciata” è scherzosa: personalmente, anche se non li seguo, li rispetto in egual misura degli altri).

Uno dei problemi maggiori che mi viene in mente, soprattutto per il futuro prossimo, è che la paura genera rifiuto (e spesso violenza), il rifiuto genera risentimento, il risentimento odio… il tutto in una spirale discendente in cui, alla fine, è molto difficile, pur volendolo, individuare il bandolo della matassa, così da poterla dipanare: guardate cosa succede in medio-oriente, in Israele/Palestina… e non mi venite a raccontare che lì il problema è religioso eh.
In quella sfortunata zona del mondo, che ha visto la nascita di millenarie culture, esiste un “punto di frizione” delle paure locali ma, soprattutto, internazionali: non mi verrete a dire che israeliani e palestinesi sono così ricchi da potersi sparare e bombardare per tutti questi anni eh? (c.ca dagli anni ‘50)
“Qualcuno” (più d’uno ovviamente), dotato di un cospiquo portafoglio, usa quella zona del mondo per “risolvere” problemi che hanno origine altrove: problemi politici, o legati alle risorse non-rinnovabili (devo proprio dirlo? il petrolio! controllando il medio-oriente si controlla il petrolio!), problemi legati al modo di pensare e di organizzarsi delle persone (in questo caso la fede, vista come “entità organizzante”, c’entra sicuramente).

Anche se, lasciato così, pare un discorso un pò “inconcludente”, non lo vorrei estendere oltre, giusto per non farlo diventare “il discorso della Vita dell’Universo e di Tutto Quanto“: non è quello il mio scopo.
Vorrei invece che tutto ciò servisse a farvi riflettere, come ha fatto riflettere me prima di scriverlo e durante la stesura, sui punti sollevati che riassumerò in:
- rispetto/tolleranza
- multietnicità
- paura

Concludo con una massima, “purtroppo” mia, anche se so che non è bello citarsi, ogni tanto però mi viene in mente questo:

Un sorriso: costa così poco e rende così tanto… (LC)

Tuesday, 21 October 2003

L’oceano…

Filed under: post storici, pensieri — lcoianiz @ 10:59 am

Tutto quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe un goccia in meno.

(Madre Teresa di Calcutta)

Come molte cose dette dalla santa (l’hanno santificata giusto domenica scorsa: 19 ottobre 2003), è di una semplicità impressionante ed esemplifica benissimo ciò che siamo e quanto “contiamo”: nè più nè meno di una goccia in un oceano… un granello di sabbia sulla spiaggia dell’Universo, mi piace pensare.

Eppure il grande significato espresso non vuol porre l’accento sulla nostra piccolezza quanto invece sulla nostra grandezza: senza di noi ci sarebbe una goccia in meno in quell’oceano… un granello di sabbia in meno in quella spiaggia… e senza tante gocce l’oceano stesso non esisterebbe.

Quindi, quando pensiamo “ma cosa vuoi che possa farci io?!?“, dobbiamo avere la consapevolezza che quella è la nostra goccia: importante (o “non importante”) come tutte le altre.

Alla fine gli “eroi” esistono unicamente nella storia o nei film che, per ragioni diverse, hanno bisogno di “coagulare” in una persona (o poche persone) una serie di eventi più o meno importanti: la storia vera è fatta di piccole persone che fanno piccole cose… proprio come Madre Teresa. :)

Powered by WordPress