Soffrire su un crocefisso…
…o soffrire per un crocefisso?
Le mie riflessioni sul “caso del crocefisso a scuola”, scoppiato recentemente sui media nazionali in seguito al pronunciarsi di un giudice italiano.
Il rispetto ci vuole da entrambe le parti: da chi viene, inizialmente “ospite” in Italia ma poi cittadino a tutti gli effetti, ma anche da chi già vi risiede: la religione cristiana non è più, e da un bel pò, religione “di Stato” (dal 1948… o 1960, se preferite: http://www.cesnur.org/testi/maselli.htm).
Il rispetto ci obbliga quindi (moralmente) a scegliere tra due alternative: appendere tutti i simboli di tutte le religioni presenti, onde non far torto a nessuno, un pò impraticabile dato che sono parecchie, oppure togliere i simboli di quell’unica “privilegiata”… personalmente opterei per la seconda: in fin dei conti
1) se si parla di “simbolo culturale” allora dobbiamo davvero istituire l’ora di religioni, con insegnanti di confessioni diverse, che cambiano di volta in volta ed illustrano gli aspetti culturali delle diverse religioni (e quindi, correttamente, non fanno catechismo in aula).
2) se si parla di “simbolo religioso” mi pare che il luogo corretto non sia la scuola ma piuttosto la chiesa: lì nessuno viene a contestare la presenza di un crocifisso e/o pretendere di accompagnarlo a simboli “non leciti” all’interno di una chiesa cristiana ma magari “più che leciti” in una moschea o in altro templio.
Da un punto di vista prettamente culturale, potremmo dire “tanto rumore per nulla”: non si vuol certo sconfessare la chiesa cattolica, chiuderne i siti di culto (che per molti versi sono anche “di cultura”) o professare l’ateismo di Stato.
Personalmente mi pare che, oltre a coloro che hanno volutamente cavalcato l’onda della xenofobia, ci sia in giro molta paura: mi baso sul fatto che un popolo sicuro della sua cultura e delle sua fede religiosa non dovrebbe temere “il nuovo” o vedere altre fedi (ed idee) come un’invasione.
Certo… non è sempre facile convivere con persone che pensano e “sentono” in modo diverso dal proprio, ma preferirei vedere una ricchezza in questa diversità, piuttosto che un attacco al proprio modo di vedere e pensare.
In fin dei conti quelli che, storicamente, “rompono le scatole” sono proprio i Testimoni di Geova… e non mi sembrano nè musulmani nè buddisti (ovviamente la “frecciata” è scherzosa: personalmente, anche se non li seguo, li rispetto in egual misura degli altri).
Uno dei problemi maggiori che mi viene in mente, soprattutto per il futuro prossimo, è che la paura genera rifiuto (e spesso violenza), il rifiuto genera risentimento, il risentimento odio… il tutto in una spirale discendente in cui, alla fine, è molto difficile, pur volendolo, individuare il bandolo della matassa, così da poterla dipanare: guardate cosa succede in medio-oriente, in Israele/Palestina… e non mi venite a raccontare che lì il problema è religioso eh.
In quella sfortunata zona del mondo, che ha visto la nascita di millenarie culture, esiste un “punto di frizione” delle paure locali ma, soprattutto, internazionali: non mi verrete a dire che israeliani e palestinesi sono così ricchi da potersi sparare e bombardare per tutti questi anni eh? (c.ca dagli anni ‘50)
“Qualcuno” (più d’uno ovviamente), dotato di un cospiquo portafoglio, usa quella zona del mondo per “risolvere” problemi che hanno origine altrove: problemi politici, o legati alle risorse non-rinnovabili (devo proprio dirlo? il petrolio! controllando il medio-oriente si controlla il petrolio!), problemi legati al modo di pensare e di organizzarsi delle persone (in questo caso la fede, vista come “entità organizzante”, c’entra sicuramente).
Anche se, lasciato così, pare un discorso un pò “inconcludente”, non lo vorrei estendere oltre, giusto per non farlo diventare “il discorso della Vita dell’Universo e di Tutto Quanto“: non è quello il mio scopo.
Vorrei invece che tutto ciò servisse a farvi riflettere, come ha fatto riflettere me prima di scriverlo e durante la stesura, sui punti sollevati che riassumerò in:
- rispetto/tolleranza
- multietnicità
- paura
Concludo con una massima, “purtroppo” mia, anche se so che non è bello citarsi, ogni tanto però mi viene in mente questo:
Un sorriso: costa così poco e rende così tanto… (LC)






