Imagine all the people…

Friday, 1 April 2011

Strasburgo: vittoria di una fazione, sconfitta dei diritti di tutti

Filed under: coerenza, Europa, sociale, religione — lcoianiz @ 3:58 pm

Oggi Repubblica.it titola “Crocefisso, Strasburgo assolve l’Italia ‘Esporlo non viola i diritti umani’” e l’articolo inizia con “L’Italia ha vinto la sua battaglia a Strasburgo. La Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo l’ha assolta dall’accusa di violazione dei diritti umani per l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche“.

La posizione mi pare alquanto incoerente, come minimo rispetto alla prima sentenza dove, dando ragione al ricorrente (una cittadina italiana di origini finlandesi… dove probabilmente hanno una nozione del diritto un attimo più chiara che da noi), la Corte dichiarava “…la violazione da parte dell’Italia di norme fondamentali sulla libertà di pensiero, convinzione e religione“.

Stranamente, in seguito al ricorso, la “violazione di norme fondamentali sulla libertà di pensiero, convinzione e religione” non era più tale… forse, nel frattempo, è cambiato il concetto di “libertà di pensiero, convinzione e religione”, tutto può essere. Una cosa che fatico a comprendere è come faccia un simbolo esposto in una scuola pubblica che, come minimo per etica, dovrebbe essere equidistante da tutte le posizioni, a rappresentare una “libertà religiosa individuale” ma anche e soprattutto “collettiva”, dato che la frequentazione delle nostre scuole è aperta a tutti (art. 34 comma 1 Cost.) e, come recita ancora la Costituzione (art. 3 comma 1)

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

va da sè che in un’aula frequentata da maomettani si dovrebbero esporre i simboli dell’Islam ed in una frequentata da buddisti, indiani e quant’altri sarebbe necessario, data la sentenza, esporre i simboli delle rispettive religioni… altrimenti essi, a buon diritto (e con una sentenza pronunciata), possono lamentarsi di non poter fruire della loro “libertà religiosa individuale e collettiva“.

Come sia possibile, quindi, che l’esposizione di un solo simbolo di una sola religione, in un paese dove la presenza è oramai fortemente multietnica (e, va da sè, multireligiosa), “non viene considerato dai giudici di Strasburgo un elemento di ‘indottrinamento’” mi sfugge completamente.

Di fatto quello a cui abbiamo assistito è la vittoria della Chiesa Cattolica su “tutte le altre religioni” professate in Italia. Vittoria che va palesemente contro il già citato art. 3 della nostra Costituzione. Un piccolo passo avanti della Chiesa, un discreto passo indietro dell’Italia nel consesso europeo, laddove questa sentenza, chissà come strappata, non potrà esser vista con favore.

Personalmente non sono contro la Chiesa Cattolica: fa parte della nostra storia e della nostra cultura ed ha tutto il diritto di esser presente sul territorio. Quello che non mi piace è che un’istituzione del genere, che per vocazione dovrebbe essere portatrice di pace, sia invece impegnata in una sorta di guerra, sul suolo italiano (quindi di tutti), palesemente contro le altre religioni. L’Italia poi, nonostante abbia forti radici cattoliche, oggi come oggi non ne riconosce più il primato… anche se così non pare, dal ricorso presentato.
Sarebbe, credo, più onesto nei confronti di TUTTI i cittadini italiani, anche quelli non cattolici, quindi, portatori del rispettivo “diritto alla libertà” di non dover vedere un simbolo in cui non si riconoscono, in un locale pubblico e pagato con le loro tasse, che la Chiesa Cattolica facesse opera onesta di indottrinamento nei locali preposti a questo scopo: le chiese e le aule di catechismo, ove di certo nessuno si scandalizzerà per il fatto che siano presenti unicamente i loro simboli religiosi.

Discorso Pietro Calamandrei sulla scuola

Filed under: post storici, politica, sociale — lcoianiz @ 3:36 pm

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.
Dare alle scuole private denaro pubblico.”
Piero Calamandrei

(Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950)


Postato su greg-verdementa (un non-blog) il 3/06/2011 05:32:00 AM

Wednesday, 6 October 2010

Non c’è futuro senza educazione alla pace

Filed under: sociale — lcoianiz @ 10:58 am

Ricevo da greg-verdementa (un non-blog), ed a mia volta ripubblico, questa nota di Pax Christi.


Nei licei della scuola italiana, già colpita da tagli e provvedimenti inaccettabili, stanno partendo corsi paramilitari, validi come crediti formativi, dal titolo “Allenati alla vita”. Sconcertati dall’incredibile decisione dei ministeri della Difesa e dell’Istruzione, intendiamo affermare che questa iniziativa risulta altamente dannosa perché estranea alla finalità della scuola e stravolge il contenuto del progetto “Cittadinanza e Costituzione” o quello di altre iniziative come “La pace si fa a scuola”. Tra i temi proposti, spiccano la cultura militare, armi e tiro, i mezzi dell’esercito, sopravvivenza in ambienti ostili e, addirittura, la difesa nucleare (concetto ormai improponibile nel panorama giuridico internazionale che, già nel 1963, Giovanni XXIII considerava assurdo, “alienum a ratione”; l’Italia, tra l’altro, ha ratificato il Trattato di Non proliferazione per il disarmo nucleare globale).

Siamo di fronte a una novità pericolosa, antiformativa e antipedagogica. Insegnare-imparare a sparare non è compito della scuola della Repubblica Italiana dove risplende l’articolo 11 della Costituzione e dove sono maturate ipotesi di difesa nonviolenta anche tramite corpi civili di pace che non vengono adeguatamente organizzati perché il governo preferisce investire 20 milioni di euro per la “mini naja” (progetto “Vivi la Difesa”, presentato come strumento di “cultura della pace”). Vengono così tagliati i finanziamenti al Servizio civile nazionale col rischio di far seccare le radici piantate negli anni ’85, ’92, ’98, 2001 e 2004 a favore della “Difesa civile non armata e nonviolenta”.

Chi lotta contro la piaga dei bambini soldato nei paesi in guerra non può accettare la nascita a casa propria degli “studenti guerrieri”. Chi vuole contrastare il bullismo non può pensare di farlo in modo paramilitare. Nel clima attuale, basato sul governo della paura, tali progetti possono solo diffondere l’idea della violenza armata come strumento normale di soluzione dei conflitti (con la convinzione che la guerra è un sistema naturale e necessario di convivenza). Consolidano l’idea del nemico da eliminare. Alimentano i pregiudizi e ne creano di nuovi. Manipolano le emozioni.

Porteranno molti a farsi legge da sé, a praticare la legge del più forte. Una scuola che accogliesse simili progetti non aiuterebbe certo i giovani a usare la forza della ragione anziché la ragione della forza.

E’ bene ricordare il motto nonviolento: se vuoi la pace prepara la pace.

Nel respingere tali istanze, genitori, famiglie, dirigenti scolastici, docenti e alunni sviluppino programmi educativi collegandosi alla Tavola della pace (ad esempio “Ospita una persona: incontra un popolo” e “La mia scuola per la pace”, patto siglato il 4 ottobre 2007 tra Ministero della Pubblica Istruzione e il convento di Assisi); rilancino il programma degli “Interventi civili di pace per la prevenzione e trasformazione dei conflitti” (partito nel 2008 grazie a un accordo tra 7 associazioni, il Comune di Firenze e il Ministero Affari Esteri) e riprendano l’originaria impostazione di “Cittadinanza e Costituzione”.

In molti luoghi la scuola è e può essere ancora laboratorio di pace dove è possibile esplorare le mappe della nonviolenza, accostare volti ed esperienze, organizzare iniziative di solidarietà o riflessioni operative su bambini soldato, infanzia negata, dignità della donna, pena di morte, guerre dimenticate, mine antipersona, disarmo chimico o nucleare, malattie e accesso ai farmaci, immigrazione, diritto internazionale, acqua bene comune, commercio equo e solidale, sobrietà e nuovi stili di vita.

Il compito di una scuola seria e serena è quello di educarci alla pace come costruzione di una vita bella e buona, ricca di amicizie e di relazioni, animata dalla fresca energia della nonviolenza, aperta alla speranza. Non ci può essere futuro senza educazione alla pace.

Firenze, 26 settembre 2010
Pax Christi Italia055/2020375 info@paxchristi.it http://www.peacelink.it/paxchristi/a/32435.html
don Nandino Capovilla: 347/3176588 nandyno@libero.it

Tuesday, 7 September 2010

Lettera alle opposizioni

Filed under: coerenza, politica, sociale — lcoianiz @ 10:20 pm

  A tutte le opposizioni, di sinistra, di centro, di destra… mmm… perchè mi viene da ridere?.. forse perchè pensare ad un’opposizione di destra pare un ossimoro? e, se lo è, forse è perchè non ho mai visto un Governo di sinistra?.. vabbè… “alle opposizioni (di sinistra)”…

  Tra non molto, qualche mese, probabilmente saremo chiamati nuovamente alle urne. Tra non molto dovrò pensare chi andare a votare (o, francamente, SE andare a votare… non ho mai disertato, ma si può sempre iniziare). Tralasciando il Porcellum (omen nomen), che non mi ha mai toccato più di tanto, in quanto spero sempre che sia “una coalizione di Governo” a governare e non necessariamente “una persona”, dovrò comunque esprimere una preferenza…

ora…

vorrei capire, ma capire davvero, cosa “le opposizioni” intendono fare, ma Fare con la F maiuscola, non “dire di fare che poi vedremo“.

  Dico solo questo: è l’ultima volta che mi prendete per il culo (si può dire culo su un blog?… sì… penso di sì… c’è pure su wikipedia).

  La volta scorsa vi ho votato… tralasciamo proprio l’ultima, che avete (abbiamo) perso, parlo di quando avete vinto (2006): avete sistemato il “conflitto d’interessi“? non parlo proprio di quello di Silvio: le leggi si fanno per tutti (quindi, almeno in teoria, anche per Silvio) e, soprattutto, le si fanno rispettare! Ma torniamo a noi… l’avete fatta una legge come Dio comanda sul conflitto d’interessi? (ed avevate detto che la facevate eh)… non mi pare… anzi… possiamo ben dire di NO, altrimenti il Silvio, ora, forse in tribunale dovrebbe andarci… forse, anzi, avrebbe dovuto essere ineleggibile… quindi, no, non l’avete fatta… in DUE ANNI.

  Sono andato a rileggere il Programma dell’Unione del 2006… a parte che è fumosissimo, ma mi sembra concentrato (3/4 dello scritto) sulla Costituzione… va bene, la Costituzione è importante… ma mi pare che i problemi che abbiamo adesso (e li avevamo anche allora) siano anche altri: c’è un sacco di gente che non ha lavoro e, di contro, ci sono “imprenditori” che, dopo aver ben intinto il pane in Italia, spostano le produzioni altrove… e NON MI PARE che stiate facendo un gran casino sulla cosa… AHO!!! SVEGLIA EH!!! QUELLI SONO I VOSTRI ELETTORI… SIAMO NOI!!!

  Se non vi andasse di difenderci (sorvoliamo sul fatto che VI PAGHIAMO per farlo), vi ricordo quello che sta succedendo in ambito sindacale: nel mondo del lavoro si è fatto di tutto (mentre il sindacato era voltato dall’altra parte) per frammentare la forza lavorativa: una volta eravamo “la classe lavorativa” e, come tale, avevamo qualcosa da mettere sul piatto della bilancia dell’eterna (ma spesso profiqua) lotta tra lavoratori e padronato… adesso… non siamo più nulla!!! ogni lavoratore “conta per sè” è un “piccolo imprenditore di sè stesso“: il datore di lavoro lo chiama “imprenditore” (per scatenare in lui quel moto d’orgoglio del “self made man”) ma poi lo paga peggio di un impiegato normale.
  E se può starmi bene (ma solo fino ad un certo punto!) che un imprenditore vero “non abbia diritti”, perchè a 5-6-10mila euro/mese non li voglio nemmeno io i diritti, NON mi sta più bene che un “finto imprenditore” da 5-600 euro/mese, militesente e patentauto, non li abbia: quello NON E’ un “imprenditore”, è uno SCHIAVO!!!

  Questo, incidentalmente, ha portato alla (quasi completa) disgregazione del sindacato: cosa vuoi… sindacalizzare una classe imprenditoriale?

  Per tornare a noi: meno “lavoratori” (più (finti) “imprenditori”) -> meno sindacato -> meno diritti -> si prendono i soldi in Italia e si sposta la produzione all’estero… se vi sembra giusta una cosa simile.
  Non solo: la FIOM, l’unico sindacato che ancora sembra tale, si prende fischi dagli altri sindacati-pecora E dai lavoratori-dei-sindacati-pecora per le cose, davvero minime rispetto ad un tempo, che ancora riesce a fare: in effetti siamo al punto di farci male da soli.

  Tutto questo, inevitabilmente, si riflette sulla politica: un lavoratore insoddisfatto, un ex-lavoratore, uno che è stato licenziato… vi pare che si sentano in qualche modo protetti da una coalizione di Governo che parla parla parla fumosamente di un qualcosa che si chiama Costituzione, quando ha un problema che si chiama “cosa metto nel piatto questa sera?”.
  Vi pare che uno così vi possa votare?
  E l’alternativa, ovviamente, non è votare a destra, anche se in tanti si son fatti abbagliare dai luccichii degli strass e delle paillettes delle varie “veline” di destra… e, mi pare, la stanno pagando duramente oggi (anche se non lo riconosceranno mai)… no… l’alternativa è NON votare e, se possibile, andarsene.
  E’ davvero questo che volete?
  Perchè se è così ditelo: NON mi pareva questo il motivo per cui VI PAGO stipendi ben oltre la media nazionale… ma se ne può parlare eh.

  Mi piacerebbe TANTO prendere una pensione… in teoria c’è un obbligo ad accantonare dei soldi perchè, al momento giusto, questa mi sia garantita… mah… com’è che ho la strana sensazione che I MIEI SOLDI (e ne ho un conto perfetto: mi basta prendere le buste paga e fare una somma, non ci si scappa) verranno usati “per altro”?… essendo soldi MIEI me l’avete per caso CHIESTO, prima? O forse siete arrivati, cantando e ballando, al punto di non ritorno e, quando avete visto che i soldi (dilapidati in canti e balli) non c’erano più… o cielo!!!… ed ora dove li prendiamo???… ma è OVVIO: dalla pensione del signor Rossi!!!
  Vabbè… magari me li darete eh… chi può saperlo… in fondo basta vivere quei 150 anni (visto che i limiti di età pensionabile si spostano di anno in anno, mentre invecchio)… oh… voi ovviamente, dopo una legislatura (5 anni, se dura) la pensione l’avete… quella sì che non si posta mai.

  Quindi, riassumendo, che non si dica che io sia fumoso:

  - conflitto d’interessi: VOGLIO (e non “gradirei“, no, proprio VOGLIO) una legge fatta bene, che non mi provochi conati di vomito tutte le volte che ci penso, e che RISOLVA il problema. E’ un problema facile da risolvere: chi governa non può avere proprietà nè interessi legati alle cose sulle quali legifera. Punto. Se non vi viene bene basta guardare all’estero: Francia, USA ed altri ’sta cosa l’hanno risolta da tempo.
(anche se quanto meno sugli USA, con i governi Bush (sr. e jr.), più di qualche dubbio sorge… petrolio, guerre… nessun conflitto d’interessi… mah)

  - libertà d’informazione, nell’Era dell’Informazione: sì… siamo nell’Era dell’Informazione, la Rete Globale ci porta notizie da ogni dove… e qui da noi l’informazione giornalistica nazionale è messa peggio che sotto il regime di Pinochet!.. tutti gli organismi internazionali che monitorizzano lo stato dell’informazione (non solo da noi) lanciano l’allarme. E’ ora che la televisione, che poi è il principale organo d’informazione, smetta di esser politicizzata e, come minimo, che smetta di essere “tutta da una sola parte”. La TV, quando non mette in onda spettacoli, deve fare informazione. Informazione NON politicizzata.
Questo è un problema, e lo si deve risolvere. A costo di mettere il canone nelle tasse, dove dovrebbe stare da tempo immemore, visto che al pari di strade ed altro è un “servizio pubblico”.

  - economia, lavoro: VOGLIO una legge che obblighi un’azienda italiana ad assumere lavoratori italiani, se vuole stare in Italia. Altrimenti che CHIUDA o venda e vada ad aprire (del tutto) all’estero, con le leggi estere, e non solo con i benefici.
  VOGLIO una legge che obblighi una ditta ad ASSUMERE una persona che lavora per più del 60% del proprio tempo per lei: un consulente o un professionista possono avere contratti a termine di una certa (breve) durata ma se, poniamo, questa persona lavora per la stessa ditta per più del 60% del suo tempo per, che ne so, oltre 6 mesi, la ditta DEVE metterlo di fronte al bivio “o dentro o fuori”.
  Stesso discorso da fare per le ditte che offrono i loro dipendenti in leasing: contratti brevi oppure assunzione, perchè è un discorso “globale” quello che si deve fare, altrimenti creiamo solo altra schiavitù: lavoratori-schiavi che girano, come impazzite palline da ping-pong, sei mesi qui, sei mesi là… no, così non funziona: basta agli schiavi moderni!

  Forse non ve ne rendete conto ma questo cancro, che in termini anglo-tecnici si chiama “outsourcing”, ci ha (noi lavoratori) massacrato ad ogni livello. E non parlo solo di chi, impiegato presso una ditta, si vede “derubato” del proprio mestiere da tutta una serie di “temporanei” (che poi così temporanei non sono: rimangono nelle ditte per anni “perchè è facile mandarli via, chiudendo i contratti, se creano problemi”).
  E così il lavoratore “stabile” non ha più una professionalità da difendere, anzi, di fatto non lavora più, limitandosi a far da “passacarte” tra la propria ditta e l’outsourcer.
  E così non ha più diritti (dato che i “lavoratori” sono gli altri): nel caso scioperi, ad esempio, la ditta ne è felice: (1) tanto comunque chi lavora (davvero) c’è, (2) risparmia sul salario di un passacarte per un giorno o due: son soldoni eh.
  In queste condizioni conviene scioperare? ovviamente NO… ed infatti vedo che di scioperi non se ne fanno più. Lo sciopero, unica arma in mano al lavoratore, è un’arma spuntata, un coltello di plastica fantozziano.
  No sciopero = no diritti… perchè scordiamoci pure di ottener qualcosa senza lottare, con la sola ragionevolezza e le sole parole: il “padronato” (dirigenza, amministratori delegati, azionisti) le armi le hanno ancora. Siamo solo noi a non averle più.

  Il nostro più grande nemico, in termini assoluti, è la PRECARIETA’: un precario pensa che “forse domani lavoro… o forse no“, quindi NON spende soldi per un’automobile (anche se voi, bastardi, lo obbligate comunque, grazie a quelle merde di leggi ECOxyz fatte solo per dare ancora più soldi a chi poi sposta le produzioni all’estero, a cambiar macchina… si può dire merde qui sul blog?… penso di sì: la verità non ha bisogno di veli).
  Il precario men che meno pensa a comprarsi una casa: non ha (o ha a mala pena) i soldi per una macchina, figuriamoci per una casa… e si prende pure gli sberleffi di chi, col culo (v. sopra) saldamente affondato nel burro, rubando soldi non suoi, lo chiama “bamboccione“!!!
  E così il precario difficilmente metterà su famiglia: ricordo che un matrimonio, per poco che sia, COSTA… e dato che le Unioni Di Fatto son state cassate da questa pelosa maggioranza che, prima depreca che due coabitino e tentino di metter le cose un pò in regola, in modo da avere una qualche tutela (perchè, visto che le tasse le pagano anche loro, la tutela va solo a chi si sposa regolarmente?), mentre poi si dà ai giochi erotici (nemmeno troppo) privè… evviva la coerenza eh.

  E così l’economia si ferma: tutti si tengono i (pochi) soldi in tasca “perchè domani chissà” e nessuno compra più dello stretto necessario, riducendo anzi i già scarsi consumi.   Avrete letto i titoloni “metà dell’Italia non è andata al mare in ferie“: NON volevano dire che è andata in montagna eh. Sembra una cavolata… si, vabbè, d’accordo… erano le ferie: c’è anche da lavorare eh… MA CHE CAZZO: l’Italia, l’Azienda Italia si regge (quasi) principalmente sul turismo e sul settore vacanziero!.. “non andare in ferie al mare” significa che un sacco di gente, che non era in ferie ma ci lavorava, non ha guadagnato!.. altra crisi!..

  E mica è finita qui…

  No casa -> no famiglia -> no figli… e siamo alla canna del gas… ve lo devo scrivere meglio?.. vi devo fare il disegnino? SIAMO ALLA CANNA DEL GAS!!!
  Una società che non ha prole, che non ha eredi del proprio patrimonio culturale, è una società M*O*R*T*A.
  Una società che non incentiva lo studio del maggior numero possibile di giovani, che non li immette stabilmente nel mondo del lavoro, ma che ne fa dei precari anche a scuola, è una società M*O*R*T*A.

  Che cazzo deve succedere perchè vi svegliate?… devono iniziare a volare pietre e pallottole?

  Guardate… non lo dico per me, che non ho mai creduto nella violenza, ma la gente disperata spesso, quando non ne può più, sceglie soluzioni disperate eh.
  A volte si suicida… a volte spara a sè stessa… ma a volte anche no.

  E se pensate di esser immuni da tutto questo… beh… sbagliate.

  Perchè qui ci vivete anche voi: un’Italia migliore per me, è un’Italia migliore anche per voi, ricordatevelo. E quando iniziano a volare sassi per me, iniziano a volare anche per voi: quando un Paese va in crash nessuno si salva.

  Quindi, serietà prima di tutto: pochi punti nel programma, ma che siano quelli che servono alla gente, che risolvono il problema. Altrimenti avete fallito prima ancora di cominciare.
  E questa è l’ultima volta che lo dico: se ve ne fregate di quel che vi dice chi vi ha messo lì (che peraltro vi paga, ma sorvoliamo su questi dettagli così banali) NON NE AVRETE UN ALTRO… vi toccherà cercarvi un lavoro, cari signori, perchè non avrete altri voti e, se potrò avere prima o poi (i miracoli accadono) voce in capitolo, chiederò di equiparare l’età pensionabile dei deputati, onorevoli & co. a quella di tutti gli altri lavoratori… e poi vediamo se la spostate ancora in avanti.

  Il tutto non finisce qui… c’è ancora tempo, per aggiornare, prima delle elezioni.

Wednesday, 1 September 2010

Senza ritegno

Filed under: politica, sociale — lcoianiz @ 12:18 pm

Oramai è caduto perfino il labile paravento della finzione, la “scusicchia” del “non posso governare se continuano a processarmi” (che sarebbe un minimo vera, se solo il nostro si presentasse ai processi)… dalla coltellata nella schiena, col (finto) sorriso davanti, siamo arrivati alla coltellata nella pancia, direttamente, con “presunzione di impunità” (quello che la stampa clericale oggi, forse dimenticando il tristemente famoso editto bulgaro, chiama il “metodo Boffo“: eliminazione del dissenso).

A parte l’ormai ovvia, quando non trita e ritrita, considerazione che, forse, “sarebbe meglio” se questo Governo si degnasse almeno di governare (forse non sfugge che abbiamo qualche problemino economico, unitamente ad una disoccupazione da record)… noto, con un filo di stizza, che nemmeno si perita di nasconder più le proprie malefatte: oramai tutto l’impegno (di quel che rimane) della coalizione di Governo, l’armata Brancaleone di comici, ballerine e leccapiedi, gli unni i cui cavalli pascolano da una quindicina di anni in piazza San Pietro (e, più grave, in Parlamento) è teso a “salvare il Premier“.
Ma non “un Premier”, inteso come “la figura politica” che incarna la carica, no no, non scherziamo, IL Premier: “salvare Silvio“.

Ora…

…al mondo c’è TANTA gente da salvare… gente imprigionata in fondo ad una miniera, gente che ha perso tutto a causa di terremoti, di allagamenti, di bombardamenti, di “fuoco amico”, di “danni collaterali”… gente che ha perso il lavoro (o che non è mai riuscito ad averlo)… e quindi la casa… e quindi la dignità ed il rispetto per sè stessa (e quindi, a volte, la vita).

Qualcuno vuol gentilmente dirmi in quali di queste categorie rientra il povero Premier “da salvare”?

Fino ad allora rimarrò convinto che siamo NOI “da salvare”… da lui!

Thursday, 5 August 2010

Censura vs privacy

Filed under: sociale, network, tecnologia — lcoianiz @ 2:30 pm

Ho sempre sostenuto che, per ottenere la privacy nelle proprie comunicazioni, fosse necessario utilizzare un sistema a doppia chiave, pubblica e privata (RSE).

Per render “sicure” le comunicazioni ci son tanti sistemi, dai più banali “codici Cesare” ai Vigenere e via così ma, forse è un’impressione solo mia, il sistema a doppia chiave m’è sempre sembrato il più elegante (ed in informatica, in genere, “elegante” significa anche funzionale).

Evidentemente la pensano così anche i tipi di BlackBerry che, grazie al fatto che le chiavi private (immagino) non le gestiscono loro(*), non possono a loro volta sapere cosa si scambiano i loro utenti nelle mail: in pratica fanno da “rete di trasporto” (compreso, immagino, store & forward, trattandosi di mail) ma non hanno accesso ai dati e, di conseguenza, non ne sono responsabili, posto che un Provider possa esser responsabile dei dati dell’utente, una volta che quest’ultimo abbia firmato/accettato un contratto in cui s’impegni a non inserire o far transitare nella rete del Provider determinati contenuti non voluti.
(*) da quel che dichiarano, anche perchè altrimenti la sicurezza del sistema sarebbe compromessa “by design”: l’unico punto in cui deve esser presente la chiave privata è “nella tasca (possibilmente nella testa) del proprietario dell’informazione”.

E, soprattutto, la devono pensare così anche i Governi di India, Indonesia e degli Emirati Arabi… visto che non possono più mettere il naso nelle mail delle persone che utilizzano il circuito BlackBerry (ricordo che la normale mail, se non criptata, circola in chiaro sui server in rete).

Alla fine, tornando alla crittazione a chiave pubblica, l’unico momento in cui è necessario ricorrere ad una parte terza è quello della certificazione del destinatario: se per il normale invio basta infatti possedere la chiave pubblica (magari aggiornata) dello stesso, per verificare che una mail arrivi dallo stesso è necessario che ne venga riconosciuta la firma digitale… momento ovviamente nel quale difficilmente ci si può autocertificare.

A margine: fanno un pò ridere e danno un gusto di palese faciloneria quelle considerazioni per cui “se si permette la crittazione della mail ed in genere delle informazioni allora si fornisce ai terroristi un metodo sicuro per poter comunicare senza esser intercettati”… seriamente… e tenendo conto che la crittazione a chiave pubblica esiste da svariate decine di anni (ed internet almeno altrettanti) c’è ancora chi pensa di poterci dare a bere che un terrorista, per “i suoi traffici”, scambi mail in chiaro sulla rete?
Soprattutto considerando che l’uso di RSA è banalissimo (ed ora, con le interfacce point’n'click, ancora di più) ed alla portata del classico ragazzino di 12 anni.
Non vi dicono nulla Tor/Onion, Netsukuku?…

Tuesday, 13 April 2010

la mensa scolastica e Adro

Filed under: sociale — lcoianiz @ 10:51 am

Ricevo, e son contento di ripubblicare (perchè dar anche solo un pizzico di visibilità a queste cose mi fa sempre piacere, per poca che sia), un articolo veramente bello dal blog verdementa.



Come è finita? Un cittadino si è offerto di pagare e ha scritto una lettera aperta.
Alla meditazione di tutti.



Lettera di un cittadino di Adro

Io non ci sto
Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità.
Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”.
Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per
vivere bene.
E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa
scolastica.
A scanso di equivoci, premetto che:
- Non sono “comunista”. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.
Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.
Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.
I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri , ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)
Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”? Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia? So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.
Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa? Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta!
I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.
Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.
Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno te notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa dì avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.
Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.
Un cittadino di Adro



Questo cittadino, al di là di religione, politica o altro, ha tutto il mio rispetto: vorrei che l’Italia contasse molte più persone così ed un pò meno dell’altro tipo, quelle che descrive lui stesso.
Da parte mia, da un lato mi riesce quasi impossibile credere come un popolo di emigranti (e lo siamo, o quanto meno lo eravamo fino a poco tempo fa) possa dimenticare il suo passato, le sue sofferenze, le umiliazioni che ha provato quand’è andato in terra straniera, in modo tale da non ripeterle in casa propria… mi riesce veramente difficile.
Dall’altro son a mia volta convinto che l’Italia non sia già più composta dai “WASP” (o, meglio, nel nostro caso, WMC: White, Mediterranean and Clerical) ma sia oramai multietnica, data la grande presenza di gente “extracomunitaria” (che poi… la gente usa “extracomunitario” come sinonimo di “marocchino” o “negro”… gli hanno mai detto che i bianchi WASP americani sono extracomunitari a loro volta?).
Questi sono, o meglio erano, extracomunitari fintanto che venivano da un paese extra-UE e rimanevano cittadini dello stesso… ma i loro figli? quelli nati in Italia intendo: sono i-ta-lia-ni, a tutti gli effetti.
Ed allora, non è forse meglio deporre le armi ed imparare a vivere meglio assieme? questo è il “popolo” che lavora da noi (e lavorare lavorano, magari in nero ma lavorano, perchè siamo anche bastardi: facciamo leggi per cacciarli ed umiliarli ma col cavolo che li assumiamo regolarmente: in nero va bene, così il padrone non paga le tasse e loro non hanno coperture economiche, però li si continua a chiamare, spregiativamente, extracomunitari: i loro soldi ci vanno bene, le loro persone no) questo è il popolo che paga le tasse, che fa acquisti nei supermercati, che, se può, si compra la macchina… la casa.
Dal canto mio ogni persona che lavora e paga le tasse qui, dopo un certo periodo di tempo dovrebbe avere tutti i diritti che ho io, compreso (soprattutto) quello di voto.
Basta con tutta questa paura dell’uomo nero: impariamo a convivere tutti assieme, bianchi, neri, gialli, cristiani, musulmani: oramai siamo l’Italia… e questo è un fatto.

Monday, 29 March 2010

Paralleli

Filed under: coerenza, sociale — lcoianiz @ 11:49 am

Ricevo, da un amico, questo link e la cosa mi ricorda che…
(dalla mia mail di risposta a lui)

Ne parlavo proprio con un paio d’amici qualche giorno fa, anche se non esattamente in questi termini: poco tempo fa è stata aggiornata la legge per la pirateria di Statoper l’equo compenso (equo? v. qui) nella quale, a grandi linee, si dice che “siccome tu potresti fare una copia pirata, allora ti faccio GIA’ pagare il reato sotto forma di “piccola tassa” in ogni singolo supporto” (in pratica ogni supporto di memorizzazione informatico, oggi in Italia, contiene questo pagamento aggiuntivo pro-pirateria: e dico “pro” perchè, avendo GIA’ pagato, mi sento moralmente giustificato a piratare, ora :D).

Siccome c’è un processo alle intenzioni, con risvolti nel campo reale, avevamo pensato alla stessa cosa applicata al campo delle armi (quindi anche la caccia) con una riscrittura ad hoc del decreto Bondi: “siccome potresti usare la tua arma per commettere un omicidio (non ci siamo lanciati sulla “strage” ma, a seconda dell’arma, ci potrebbe anche stare) allora ti fai qualche mesetto di carcere preventivo, così, ‘perchè potresti’“… e non ridere: è legge, per i supporti di memorizzazione eh… cioè: il mio Governo, promulgando quella legge (ma anche quella precedente a cui il D.L. Bondi si rifà), mi dà del ladro e mi applica pure una multa, il tutto senza nemmeno un processo in cui io possa difendermi, senza portare una sola prova, senza fare alcuna verifica: “si dà per scontato” che chi usa un CD sia un ladro, punto.

Ed allora, per estensione, diamo per scontato anche che chi usa un fucile sia un omicida, no? ci sta.
Fin dove potremo arrivare con le storture, con le cose fatte all’italiana, e con i processi alle intenzioni?.. quella è proprio una brutta strada eh: presumere qualcosa ci può portare indietro di secoli, al periodo in cui si torturava la gente “presunta colpevole” per farla confessare… ed ovviamente, sotto tortura confessavano eccome, qualsiasi cosa.
Come disse un famoso comico “io glie lo spiego, glie lo rispiego, e se non capiscono gli faccio pure il disegno“.

Friday, 6 November 2009

Ancora sulla lingua “paneuropea”

Filed under: pensieri, Europa, sociale, lingue — lcoianiz @ 9:45 pm

Rileggendo un mio vecchio post son ripassato sul sito dell’Unione Europea nella parte che tratta dell’argomento. Fra le cose che vi ho letto vedo che battono molto sul discorso del multilinguismo: penso che il motivo sia soprattutto la paura che hanno gli Stati “minori”, quelli aggregati di recente, di venire “colonizzati” tramite l’imposizione di una lingua che non tenga conto delle rispettive storie nazionali. Paura non di certo peregrina, lo ammetto, oltre a tutto mentre noi italiani siamo stati colonizzati dagli americani (e dite di no, se potete) ergo alla fine il parlare l’inglese (o, meglio, l’americano) ci pare “naturale”, gli Stati di più recente acquisizione hanno matrice “russa” (ex blocco sovietico). Da qui si può capire come percepiscano una lingua quale l’inglese (oltre a tutto in fortissima minoranza, come lingua madre, in UE).

Venendo al dunque: si dice che, fatta salva la lingua nazionale, ogni europeo “dovrebbe parlare altre due lingue estere“… uhmmm… a parte lo sforzo che si compie per parlarne già una… alla fine, per quanto mi riguarda, non sarei contrario a parlare (1) la mia lingua madre (italiano), (2) una lingua “paneuropea” (ad es. l’esperanto) e (3) una lingua “estera” (tipo l’inglese, che già parlo). Mi si può obbiettare che l’inglese non sia una “lingua estera”, dato che lo parlano in Inghilterra, Scozia ed Irlanda, membri della UE da tempo… ma andate un pò a vedere o, meglio, a sentire di quale “inglese” si tratta: nella migliore delle ipotesi è “americano” (quindi “estero” di sicuro), quando non si tratta di slang (gli inglesi sono piuttosto “contrariati” per questo ;-)).

Quindi smettiamola una buona volta, con tutti questi intoppi e cavilli che vorrebbero sembrare etici: l’unità si fa pensando tutti assieme ad un’esperienza comune, ma pensare non basta: bisogna comunicare la propria esperienza… e, fatalmente, finchè parleremo 23 lingue diverse comunicare sarà veramente un grosso problema. Smettiamola di tergiversare: mettiamoci in testa che “parlare una lingua comune” è uno dei fattori chiave per cui l’Unione Europea si potrà veramente e finalmente chiamare “unione“.
Soprattutto smettiamola di prenderci in giro: un francese non vorrà mai parlare inglese, a stento vorrà parlare tedesco… un tedesco men che meno vorrà parlare inglese, per non parlare dei “problemi linguistici interni” di cui leggo (qui e qui) tra gli spagnoli… e staremo lì, per i prossimi secoli, a rotolarci nelle nostre rispettive differenze, invece di cercare un punto comune da portare vantaggiosamente avanti.
E’ unità questa?

E nel frattempo altri “giganti” che possono beneficiare di un sistema linguistico che gli permette di capirsi (parlo di Cina, USA, ecc.) continueranno a guardarci, ridendo (giustamente), ed a fare i propri affari in un mondo in cui noi europei rimaniamo perpetuamente stranieri, continuando a parlare le nostre singole lingue, a livello globale poco più che dialetti, e facendoci fregare da una colonizzazione culturale che non ci permette di esser veramente uniti.

L’esperanto, una lingua progettata per esser semplice e soprattutto per cogliere un pò da tutti senza esser veramente patrimonio di nessuno, sarà la strada che ci porterà alla vera Unione Europea.

(qui un mio commento sul forum UE del multilinguismo)



Aggiornamento: pare che la “moderazione” del forum sul multilinguismo tenda, stranamente, a “tagliare” alcuni commenti… interessante esempio di democrazia europea. Riporto quindi, di seguito, l’ultimo (mio) commento sul forum, visto che fortunatamente qui non ho la necessità della (loro) moderazione:

“Il multilinguismo non mi pare “la soluzione” quanto, piuttosto “il problema“: ci possiamo davvero permettere i costi che tutto questo comporta?
Ci possiamo davvero permettere le incomprensioni che il parlare 23 lingue comportano?
Ci possiamo davvero permettere la distanza (linguistica) che questo comporta, quando due europei che parlano la propria lingua nazionale non possono comunicare?
Non sarebbe davvero meglio parlare tutti la stessa lingua, e che questa lingua sia “altra” rispetto a tutti, in modo che nessuno sia tentato di imporre, tramite la stessa, la propria cultura?
Visto che non par possibile avvantaggiare tutti, credo sia sensato non avvantaggiare nessuno: impariamo una lingua “comune ma che non faccia parte delle lingue europee” e chiamiamola Lingua Europea, buona per tutti.
Fatica all’inizio, per impararla, ma in seguito sarà la nostra lingua: non “la lingua di alcuni di noi, imposta agli altri” ma proprio la “nostra” (sia l’esperanto, l’interlingua o quella che decideremo).
Dove sto io la gente parla anche il dialetto, in casa propria. Ma quando esce di casa parla la “lingua comune” (l’italiano, nel nostro caso).
Sarebbe il caso succedesse anche in Europa, non pensate?”



Per lo stesso motivo di cui sopra (tagli indiscriminati da parte della “moderazione” del forum multilinguismo) riporto di seguito una risposta alla domanda posta qui:

Gent.mo sig. Orban,
per rispondere alla sua domanda: assolutamente sì!

Tutte le volte che cerco un’informazione sul sito della UE e non riesco a trovarla in italiano, ma nemmeno in inglese (sarò deludente, lo so, ma non conosco nè francese nè tedesco nè altro, è un mio limite).

Tutte le volte che devo parlare con una persona di lingua madre inglese: trovo assolutamente scorretto che io sia praticamente obbligato a confrontarmi, su una base assolutamente non paritaria, con una persona che trova facile parlare, mentre in quel momento io fatico moltissimo. Che senso ha questa “preferenza”?.. perchè?.. sono io cittadino di serie B?
E d’altro canto, se parlassi la mia lingua (come l’altro parla la sua), ci capiremmo ancora meno, no?

Lei dice: in esperanto (o altra lingua artificiale) non ci sono i termini per esprimere alcuni concetti.
Io rispondo: certe parole, in TUTTE le lingue, sono state inventate. Esisteva forse la parola “turbina”, in italiano, prima che qualcuno inventasse appunto la turbina?
E come possiamo “inventare” la “turbina” in italiano (e poi in inglese, francese, ecc.) la possiamo inventare in esperanto (si chiamano “neologismi” e la nostra lingua ne è piena).
Non creda che io stia sorvolando sulla sua argomentazione: è molto interessante, certo, però con quello che spendiamo per tradurre “tutto” in 23 lingue credo che spenderemmo perfino di meno nel completare la lingua che sceglieremo ed insegnarla a tutti: ci sarà un indubbio sforzo iniziale (ma mi pare ci sia già oggi no?) però in seguito la strada, almeno in Europa, sarà in discesa.
Il motivo della scelta dell’esperanto, piuttosto che un’altra lingua artificiale, era credo dettato dal fatto che nel mondo è già un pò diffusa: per la UE sarebbe di certo una marcia in più l’adozione di una lingua parlata anche in altri paesi non UE.

Concludendo: leggo che Lei giudica alcune parti del sito UE “non necessarie” in termini di traduzione comune. Nella pratica, quindi, il suo discorso porta ad escludere parte della UE dalla conoscenza di alcune pubblicazioni, dato che vengono tradotte nelle “lingue comprese dalla maggioranza dei cittadini europei” con ovvia esclusione delle minoranze (e, spesso, mi sento io stesso minoranza, anche se gli italiani sono una bella fetta della popolazione UE).

Quindi, anche in termini di costi, sarebbe economicamente più vantaggioso tradurre tutto in UNA sola lingua. Certo: in questo caso escluderemmo “tutti”, dato che la “lingua europea” la dovremmo imparare. Però rifletta su questo: non esisterebbero più “maggioranze” (ancorchè fittizie: gli anglofoni di lingua madre SONO una ristretta minoranza in UE) e soprattutto “minoranze”: sarebbe una scelta etica, credo, e nel tempo anche pratica.

Tuesday, 3 November 2009

la percezione dei diritti umani

Filed under: pensieri, coerenza, Europa, sociale, religione — lcoianiz @ 4:17 pm

Esiste la percezione di cosa sia un diritto, in modo generico e rivolto veramente a tutti, ed esiste invece la percezione di cosa sia “il mio diritto” (o il “diritto di alcuni”).

In Italia noto purtroppo andar per la maggiore la seconda: per tanti, tantissimi, il fatto che “la maggioranza” dica una cosa significa automaticamente calpestare il diritto della minoranza: “noi la pensiamo così, per cui tu fottiti”… che cosa triste.

Ragionavo così in merito a questo articolo apparso su Repubblica.it: al di là di come la possa pensare io in merito, ritengo comunque dimostrazione di “percezione del diritto di tutti” il fatto che, in un’aula comune, dove vanno ad imparare il cristiano ma anche il musulmano o il protestante, non sia corretto esporre segni distintivi validi per uno e non per altri, segni che, in base alle relative fedi, possono anche offendere altri.

Poi leggo che chi s’è sentita così ingiustamente colpita da questa pubblica mostra di simboli così di parte viene dalla Finlandia… e tutto si spiega: il valore che in altri luoghi viene dato alla dignità di fede di tutti non è certamente quello (prevaricatore) che diamo da noi.

Questo non per dire “buttiamo giù chiese e campanili”, non sia mai: quelle costruzioni fanno davvero parte del nostro patrimonio artistico e culturale, nessuno lo nega. Però andare a far proselitismo in una scuola, e farlo poi in modo scorretto (dato che non mi par di vedere i simboli di altre religioni, appesi ai muri… e nemmeno li vorrei vedere d’altro canto: a scuola sarebbe meglio imparare cosa sono le religioni, non far “tesseramento”, quant’anche occulto) mi pare proprio una triste misura del nostro livello culturale. Come sempre, son dovuti venire da fuori per insegnarci il significato di “uguaglianza”.

Vuoi dar risalto alle tue radici cristiane?.. riempi casa tua di crocefissi di tutte le fogge e dimensioni. Perchè devi appendere al muro di tutti qualcosa di diverso che non sia la bandiera italiana, un simbolo veramente di tutti?
Vuoi che tuo figlio sia educato secondo i canoni cristiani? mandalo in chiesa al catechismo: quello è, giustamente, un luogo dove si può parlare in modo “partigiano” della propria religione. Altri manderanno i figli alla moschea, altri al templio: l’importante è che sia una loro (della famiglia) libera scelta il dove istruire la propria prole e non il ritrovarsi un simbolo, magari non ben accetto, in un luogo in cui uno deve andare obbligatoriamente (peraltro paga con le proprie tasse la disponibilità dello stesso).

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